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L’annuncio del capo del Cremlino è arrivato ieri sera. Dopo poco meno di sei mesi dall’inizio dei raid russi contro lo Stato Islamico e Jabhat al Nusra, il 30 settembre del 2015, Vladimir Putin e il suo ministro della Difesa Sergej Shoigu, hanno ordinato il ritiro di gran parte delle forze armate di Mosca impegnate in Siria a partire dalla giornata di martedì,perché la missione sul territorio ha perfezionato tutti i compiti assegnategli, raggiungendo tutti gli obiettivi.Una decisione che, non a caso, giunge in concomitanza con l’inizio dell’arrivo delle delegazioni politiche e della società civile a Ginevra per l’inizio dei colloqui di pace sotto l’egida dell’Onu, e a qualche settimana di distanza dall’accordo per il cessate il fuoco nel Paese.Nella mattinata di martedì un primo gruppo di aerei ha iniziato a lasciare effettivamente la base russa di Hmeimim, nella provincia di Latakia, per fare ritorno in Russia. Come riferisce la Tass, citando fonti del ministero della Difesa, il primo gruppo di veivoli che ha lasciato la Siria, è composto da un aereo guida, un Tupolev 154, e da 34 bombardieri Sukhoi. “Ogni gruppo è composto da un jet militare di trasporto, un Tupolev-154 o un Ilyushin-76, che trasporta personale ed equipaggiamento, seguito da aerei da combattimento di tipologie differenti”, ha comunicato il ministero. “Una volta passato il confine russo, i veivoli faranno ritorno alle rispettive basi, effettuando, se necessario degli scali per il rifornimento e le operazioni di manutenzione”, ha quindi spiegato il ministero della Difesa di Mosca, illustrando nei dettagli le operazioni di rientro degli aerei che hanno partecipato alla missione in Siria. Un gruppo composto inizialmente da circa 50 tra aeromobili ed elicotteri, tra cui diversi Sukhoi Su-24M – come quello abbattuto dall’aviazione di Ankara -, Su-25SM e Su-34, incrementato a seguito dell’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai, in cui hanno persero la vita 224 passeggeri.  I principali obiettivi dei raid russi in questi mesi sono stati le raffinerie di petrolio e le autocisterne che trasportavano il greggio prodotto e venduto illegalmente dal Califfato.Mosca ha inoltre annunciato che il sistema antimissilistico S-400, dispiegato in Siria dopo l’abbattimento del Su-24 da parte di Ankara, resterà invece nel Paese ancora “per un certo periodo”, sempre con funzione di supporto alle truppe e all’aviazione di Damasco nel contrasto ai gruppi terroristici e di monitoraggio dell’attuazione dell’accordo sul cessate il fuoco.La conclusione della missione militare russa in Siria, è stata interpretata come un “segnale positivo” non solo dal governo di Damasco e dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif, che così l’ha definito nel corso della sua visita in Australia. La decisione del parziale ritiro delle truppe di Mosca, infatti, è stata concordata anche con la Casa Bianca e discussa con i partner stranieri, secondo quanto ha fatto sapere proprio il Cremlino. Ed anche il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, ha salutato con favore la decisione di Putin, nella prospettiva della riduzione delle ostilità e dell’avvio di un serio negoziato della transizione politica a Ginevra.Si, perché il ritiro dei bombardieri russi, inaugura, paradossalmente, l’inizio di una nuova presenza stabile della Russia in Medio Oriente. L’intervento dei caccia russi, scattato a fine settembre per ragioni di sicurezza interna, legate al rafforzamento dell’estremismo islamico all’interno dei confini russi sulla scia della guerra in Siria, per la necessità di dare supporto all’alleato storico di Damasco evitando di perdere i propri asset strategici sul territorio e per uscire dall’isolamento internazionale legato al conflitto in Ucraina, inaugura il ritorno della Russia sul tavolo delle grandi potenze, in una prospettiva multipolare. L’intervento russo in Siria ha sovvertito un equilibrio che sembrava ormai consolidato ed incontrovertibile nella risoluzione di conflitti cruciali per gli equilibri della comunità internazionale. Assad non ha fatto la fine di Saddam o di Gheddafi, e, come nel negoziato per il nucleare iraniano, l’esito dei colloqui di Ginevra non lo conosciamo a priori: questo segna la fine di un tipo di approccio ideologiconella risoluzione delle crisi internazionali.La Russia, con l’intervento in Siria, ha modificato i rapporti di forza ed è tornata a poter battere i pugni sul tavolo delle grandi potenze. Una posizione, questa, che ora Putin deve consolidare al tavolo dei negoziati. E per conservare il ruolo di “grande potenza” la Russia non potrà più essere il “bodyguard” di Assad, ma dovrà iniziare a comportarsi da “arbitro influente”. Per questo possiamo immaginare che il sostegno manifesto a Damasco verrà progressivamente ridotto in favore di un peso maggiore da esercitare in sede diplomatica nelle scelte relative al futuro politico della Siria. Insomma, il ritiro dei jet russi dalle basi di Latakia non è affatto un addio, anzi. Come hanno già sottolineato diversi analisti, la Russia è decisamente tornata in Siria per restare.

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