La sinistra ha vinto le elezioni presidenziali in Argentina ed i peronisti tornano così, dopo quattro anni di assenza, ad insediarsi nella Casa Rosada.

Alberto Fernandez, candidato del Fronte di Tutti, si è imposto con circa il 48 per cento dei suffragi contro il poco più del 40 per cento ottenuto da Mauricio Macri, presidente in carica ed esponente liberale. La legge elettorale argentina prevede che qualora un candidato superi il 45 per cento dei consensi oppure scavalchi l’asticella del 40 per cento distanziando di almeno 10 punti il rivale più immediato non ci sia bisogno dello svolgimento del ballottaggio. Il trionfo della sinistra è destinato ad alterare, almeno parzialmente, gli equilibri regionali e Buenos Aires pare destinata ad entrare in rotta di collisione con Jair Bolsonaro, presidente del Brasile.

Un esito scontato

Il successo di Fernandez era nell’aria da tempo, almeno da quando aveva sconfitto Macri nelle primarie aperte, simultanee ed obbligatorie (Paso) che avevano avuto luogo nel mese di agosto. In quell’occasione il progressista aveva distanziato il conservatore di quindici punti, 47 a 32 e ciò aveva indotto gli osservatori a ritenere come la posizione di Macri fosse ormai molto precaria. I risultati delle consultazioni presidenziali, in realtà, sono stati meno duri di quanto ci si potesse aspettare per il centro-destra che però non è riuscito a recuperare l’enorme distacco che lo ha separato dai vincitori. Le cause della sconfitta sono molto chiare: l’Argentina vive una grave crisi economica, il peso è molto debole, l’inflazione viaggia su tassi del 56 per cento annui e la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà ha raggiunto il 35 per cento del totale. Macri non poteva non risentire di questo sviluppo, anche perché uno degli slogan della sua campagna elettorale, nel 2015, era stato quello di “zero povertà”. Il presidente in carica aveva anche chiesto ed ottenuto, nel 2018, un prestito di 57 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale per cercare di salvare la sempre più pericolante economia del Paese, che rischia il crack.

Un futuro difficile

Alberto Fernandez eredita una situazione complessa, che potrebbe persino peggiorare e trascinare il Paese nel caos. La sua vicepresidente sarà Cristina Fernandez de Kirchner, a sua volta capo di Stato tra il 2007 ed il 2015, una figura molto popolare ma anche divisiva e che potrebbe cercare di influenzare, dietro le quinte, gli equilibri del nuovo esecutivo. Alberto Fernandez è schierato su posizioni più moderate della sua vice e vorrebbe rinegoziare il prestito con il Fondo monetario, affinché sia meno oneroso per gli argentini, aumentare le pensioni e favorire la riapertura delle piccole attività commerciali. La crisi economica galoppante, però, rischia di trascinare via le buone intenzioni della nuova amministrazione. Lo scorso lunedì, ad esempio, la Banca Centrale ha annunciato, nel tentativo di stabilizzare il valore del peso, nuovi limiti all’acquisto di dollari americani da parte dei cittadini che potranno acquisire 200 dollari al mese oppure 100 dollari se in contanti contro il precedente limite di 10mila dollari al mese.

Dal punto di vista degli equilibri regionali, invece, la vittoria peronista potrebbe significare nuovo ossigeno per Caracas, circondata da esecutivi conservatori sempre più ostili e per Sucre, dove Evo Morales ha subito le pressioni internazionali e le contestazioni interne dopo il successo provvisorio e sospetto alle presidenziali svoltesi il 20 ottobre. Certo, qualora i problemi di Buenos Aires peggiorassero la sua rilevanza sullo scacchiere latinoamericano diminuirebbe in maniera contestuale e l’influenza di Brasilia e Washington potrebbe tornare ad espandersi in maniera quasi incontrastata. I tempi duri per il Paese, in ogni caso, non sembrano ancora essere alle spalle e nuovi problemi rischiano di colpire Buenos Aires.