L’America è ferita, le divisioni interne e la loro profondità vanno acuendosi settimana dopo settimana e l’escalation senza precedenti della giornata del 6 gennaio testimoniano quanto magmatico sia diventato il malessere che sta consumando dall’interno la nazione a stelle e strisce. Nell’improvvisato golpe da operetta tentato dai manifestanti più esagitati che sostengono il presidente uscente Donald Trumpnel carnevalesco esercito di teppisti, saccheggiatori e facinorosi che è penetrato al Campidoglio di Washington e nel caos che ne è seguito si legge l’esito inevitabile di un processo elettorale tanto partecipato quanto pericolosamente polarizzante e drammatizzato: il punto di caduta su cui si sono concentrate le polarizzazioni che da decenni rendono l’America disomogenea e frammentata.

Gli States hanno retto alla polarizzazione elettorale tra Stati “blu” a tradizione democratica e roccaforti colorate del rosso repubblicano; hanno vacillato di fronte alla divaricazione economica tra le prospettive del centro e quelle della periferia, tra metropoli e provincia; non sono stati in grado di evolvere il modello sociale di fronte a cambiamenti etnici, demografici e sociali; sono stati, gradualmente, trasformati da terra delle opportunità a Paese di disuguaglianze. Trasversalmente a ciò, la globalizzazione, la crisi finanziaria, le conseguenze politiche e sociali degli attentati dell’11 settembre 2001 e l’emersione di clevage crescenti tra partiti hanno mostrato i dolori interni di una nazione che troppo presto si è ritenuta l’unica superpotenza, l’unico artefice dei destini del pianeta.

Non esageriamo nel classificare i fatti di mercoledì tra i più gravi della storia statunitense iniziata nel 1776: sulla scia degli assalti di pochi esagitati al Campidoglio è evaporata definitivamente la speranza di una concordia interna, la prospettiva di un’unità nazionale da riconquistare in nome delle sfide comuni (dal Covid-19 alla recessione) e che molto spesso pervade le fasi di transizione, l’immagine della solidità e della resilienza della democrazia a stelle e strisce di fronte alle sfide poste dal sistema interno. E pluribus unum, il motto degli Stati Uniti, significa “da molti, uno”. Ma adesso sembra non valere più. L’America è diventata la terra delle tribù, e queste ultime elezioni lo hanno confermato.

L’assalto al Campidoglio corona una guerra di logoramento al tempo stesso tragica e comica che i più oltranzisti sostenitori di Trump hanno condotto non riconoscendo l’esito sfavorevole delle urne, e che il Presidente ha fatto il grave errore di non disincentivare fino all’ora fatale dilapidando il patrimonio politico legato all’aumento dei consensi di decine di milioni di unità nel quadro della sfida con Joe Biden. Dai sostenitori del complotto di QAnon ai frammenti residui dell’Alt Right, dai millenaristi legati alle chiese evangeliche-pentecostali più radicali fino ai movimenti no-mask e anti-Covid nel quadro della delegittimazione della democrazia statunitense si è arruolato di tutto e di più.

E Trump ha sicuramente delle colpe, considerato anche il fatto che il rally convocato per il giorno del voto al Congresso sulla certificazione dell’elezione di Biden presupponeva un esito distruttivo e problematico. Ma non da meno sono stati, a lungo, i democratici, cui va attribuita la responsabilità di aver acceso la miccia dell’incendio etnico alzando le tensioni dopo lo scoppio delle proteste estive seguite alla morte di George Floyd per usarle come volano politico contro l’amministrazione.

Un clima di guerra civile latente serpeggia da anni negli Stati Uniti. Bruciano le fiamme dell’inimicizia interna, ma mancano le grandi cause ideali. In passato, anche nei momenti più tragici, non era così. Durante la Guerra civile del XIX secolo il Nord e il Sud combatterono per difendere quelli che ritenevano grandi sistemi di organizzazione politica, economica, sociale e valoriale dall’inquadramento sostanzialmente ben definibile. Ai tempi della Grande Depressione e del New Deal, la polarizzazione enorme tra i tribuni, i politici e i predicatori populisti (da padre Charles Coughlin al governatore della Louisiana Huey Long) e le élite finanziarie di Wall Street provocò una marea montante di sentimenti popolari a favore di soluzioni di discontinuità col passato; ai tempi del Vietnam, generazioni idealiste e “maggioranza silenziosa” avevano in mente precisi assetti politici nazionali e addirittura internazionali.

Le tribù odierne vogliono ghettizzare o appiccare incendi. Il loro obiettivo è evitare che il potere sia usato come un corpo contundente nei loro confronti o ritagliarsi spazi esclusivi per prosperare, non conquistare l’anima dell’America. Che, con buona pace dello slogan della campagna di Biden, è attualmente irriconoscibile.

Ci troviamo ora a commentare immagini che raccontano della drammatizzazione senza precedenti di quello che dovrebbe essere il sale di una democrazia, l’appuntamento elettorale, e delle sue conseguenze; segno di un’era in cui il potere non è letto in forma proattiva o costruttiva, ma visto come una minaccia, con timore e distacco. Per i trumpiani più radicali il timore è il “Kraken”, lo Stato profondo ritenuto in rivolta dopo anni di anomali di presidenza del tycoon, il complotto di élite ritenute deviate se non addirittura ontologicamente maligne, servite e sostenute da improbabili esponenti di potentati stranieri (dalla Cina di Xi Jinping fino anche al nostro Matteo Renzi). Ma per quattro lunghi anni gli stessi Dem non hanno mancato di portare avanti analoghe drammatizzazioni. Da prima del suo ingresso alla Casa Bianca Trump è stato osteggiato come presidente non legittimo, contro di lui sono state convocate manifestazioni di protesta e promosse procedure di impeachment e rimozione dal ruolo certamente non giustificate, con il risultato di produrre una profezia autoavverante portando The Donald a parlare, da capo dello Stato, essenzialmente al suo pubblico di riferimento.

Dopo l’anno più incerto del secondo dopoguerra il 2021 si apre con nuove ferite per una superpotenza tutto sommato ancora giovane e incerta sul suo percorso. Le lotte di potere e una sostanziale anarchia consumeranno l’America dall’interno? Questo non possiamo dirlo in partenza. Ma da anni covano i semi di una profonda destabilizzazione interna di un Paese che non può più usare il paravento della dominazione degli scenari internazionali. Non quando nelle strade si spara, milizie armate presidiano i seggi in Stati chiave e si assaltano i parlamenti.

Joe Biden si insedierà tra quattordici giorni, che ora come ora appaiono un periodo lungo e gravido di incertezze: si vivono le prove tecniche di una guerra civile a bassa intensità perché non si riconosce più cosa renda veramente coesi gli Stati Uniti. Tutti i fattori di polarizzazione si sono sommati rendendo il Paese fragile. E mancano anche i leader capaci di mandare un vero messaggio di distensione in nome della difesa di un Paese intento a affrontare minacce esistenziali, tra cui una pandemia che continua a mordere con ferocia. L’unica chiave di lettura possibile per gli States porta a ritenere endemici spaesamento e incertezza.

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