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Le relazioni tra Stati Uniti e Vaticano non sono mai state semplici e, in effetti, non hanno ragione né modo di esserlo. Più nemici che amici, o meglio aminemici, questo è il fato ineluttabile e ineludibile che condanna i due imperi ad un confronto guerresco ovunque le loro rette si incrocino, in ognuna delle terre emerse e in qualsiasi epoca.

Stati Uniti e Vaticano sono oggi e saranno domani aminemici, dunque, e, del resto, non potrebbero essere che questo, non potrebbero aspirare che ad un antagonismo negoziato, o meglio ad una cooperazione competitiva dove è collaborazione quando si deve – come in presenza di un nemico comune e potenzialmente mortale – e dove è battaglia ogniqualvolta la storia lo permetta. Un perpetuum bellum, il loro, dato dal fatto che gli Stati Uniti sono la Città sulla collina a immagine e somiglianza dei Padri pellegrini, ed il faro di un cristianesimo plasmato dalla Protesta di Lutero, imbevuto di contenuti messianici e denso di aspettative millenaristiche, mentre il Vaticano è ciò che resta del Patrimonio di San Pietro e della Res publica christiana.

Differenze ideologiche a parte, v’è un motivo alla base dell’animosità tra queste due potenze i cui re giurano sulla Bibbia e hanno storicamente cercato di proclamare il Vangelo ad ogni creatura. Quel motivo è l’America Latina, o meglio la sua egemonizzazione, e ha funto da casus belli di un conflitto che, con lo scorrere del tempo, è uscito dall’emisfero occidentale e ha assunto una dimensione planetaria. Un conflitto georeligioso, oltre che geopolitico, che ha la forma di una vera e propria guerra mondiale delle croci.

La profezia di Roosevelt, l’ombra di Rockefeller

Quella tra Stati Uniti e Chiesa è una storia di amore-odio – più odio che amore in realtà – le cui origini vanno ricondotte in primis al pensiero dei Padri pellegrini e dei Padri fondatori, in secundis alla natura storicamente WASP della società nordamericana e in tertiis alla struttura mentale imperiale dell’America. E quest’ultima, appunto perché imperiale, per molto tempo ha portato gente comune e classe dirigente ad associare al pericolo, o meglio al nemico, tutto ciò che WASP non era: dagli afroamericani ai cattolici, con i secondi sospettati di doppia lealtà – un’accusa che, nel 1960, sarebbe stata mossa anche a John Fitzgerald Kennedy.

Cattolici, fino a quando esisteranno, saranno un problema per l’Impero americano. Ne era convinto Theodore Roosevelt, l’autore dell’omonimo corollario alla dottrina Monroe, che nel 1912 individuò nella cattolicità del subcontinente l’ostacolo principale alla sua assimilazione all’americanosfera. E ne era convinto anche Nelson Rockefeller, che nel Rapporto sulle Americhe del 1969 aveva messo in guardia la Casa Bianca dal pericoloso spostamento a sinistra della Chiesa rappresentato dalla Teologia della liberazione.

Gli Stati Uniti, alla fine, sarebbero venuti a capo della questione cattolica nel più semplice dei modi: investimenti in proselitismo, ovverosia costituzione di programmi e fondazioni, come l’Istituto sulla Religione e sulla Democrazia, aventi quale focus unico ed esclusivo la conversione delle tre Latinoameriche – Mesoamerica, Caraibi e Cono sud – al protestantesimo evangelico e neopentecostale di stampo anglosassone.

La storia, come è noto, ha dato ragione a Roosevelt e Rockefeller: l’americanizzazione del subcontinente è avvenuta di pari passo con la sua protestantizzazione. Lo dimostra il fatto, incontestabile e innegabile, che più una nazione è protestante, più appoggia l’agenda estera della Casa Bianca, che si tratti di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme – come han fatto Guatemala e Honduras – o che si tratti di accettare pedissequamente ogni linea adottata dagli Stati Uniti – come nel caso del Brasile post-lulista.

Dall’America Latina al mondo

Il successo sperimentato in America Latina dove una persona su cinque ormai è di fede evangelica, mentre in Brasile lo è una su tre – ha incoraggiato gli Stati Uniti a replicare la strategia altrove, in ognuna delle terre emerse, nella speranza-aspettativa di un raccolto vasto e proficuo in termini di potere morbido, influenza culturale e ricadute diplomatiche. 

Oggi, quello che nacque durante la Guerra fredda come un confronto tra due imperi per l’egemonizzazione dell’America Latina (e il contenimento dell’espansionismo sovietico in loco) è un conflitto su scala mondiale. Perché non v’è teatro, infatti, dove i seguaci di Pietro e Lutero non si combattano a colpi di campagne di evangelizzazione, attività umanitarie, beneficenza e cooperazione allo sviluppo, facendo a gara a chi attrae più anime. Si combattono nella Repubblica Popolare Cinese dove per ogni cattolico ci sono venti evangelici –, in Africa – dove gli evangelici hanno superato i cattolici, che rappresentano rispettivamente il 30% e il 21% della popolazione totale –, in Oceania, in Asia e all’interno della stessa Europa.

In Europa, dove il cattolicesimo assomiglia in maniera crescente ad una cartolina sbiadita in un elenco sempre più lungo di Paesi – dalla Germania al Portogallo, passando per Italia, Francia e Paesi Bassi –, il protestantesimo evangelico in salsa nordamericana cresce, prospera e si diffonde. In Francia, oggi, si contano quasi un milione di evangelici, in Spagna sono arrivati a costituire il 2% della popolazione e in Portogallo nove nuove chiese su dieci sono evangeliche.

I Papi contro la Casa Bianca

La storia sembra (in parte) dare ragione agli Stati Uniti, che nella Chiesa cattolica hanno storicamente visto più un avversario naturale che un potenziale collaboratore. I due imperi, non a caso, hanno messo da parte questa rivalità genetica soltanto in presenza di cause di forza maggiore, come il nazismo e il comunismo, o di fascicoli richiedenti un’unione di sforzi per il bene della collettività, come la guerra cristera, la crisi dei missili cubani e il cambiamento climatico.

In assenza di minacce alla pace mondiale, e in mancanza di convergenze contingenti, tra Stati Uniti e Chiesa è stato ed è perpetuum bellum. È storia che Pio XII e Hirohito abbiano inaugurato le relazioni diplomatiche pochi mesi dopo Pearl Harbour, sgomentando Franklin Delano Roosevelt. È storia che lo stesso Pio XII abbia cercato fino all’ultimo momento di impedire l’olocausto nucleare. Ed è storia, o meglio è cospirazionismo vaticano, che gli Stati Uniti abbiano salvato Kyoto preferendole Nagasaki – il cuore pulsante della cattolicità nipponica sin dal 1580 per punire il Papa.

Neanche l’entrata del mondo nell’era della Guerra fredda avrebbe inciso in maniera determinante e durevole sulla qualità delle relazioni tra i due imperi biblici. Perché sullo sfondo della cooperazione in chiave anticomunista nell’Europa centro-orientale, invero, le amministrazioni Carter e Reagan avrebbero dato un impeto straordinario alla campagna di protestantizzazione dell’America Latina, prima di allora inesistente.

Forse perché consapevole di essere stato ingannato, e anche perché contrario ad ogni forma di totalitarismo, Giovanni Paolo II si sarebbe rivelato un grande critico dell’unipolarismo e dell’emergente sistema valoriale dell’Occidente nel dopo-guerra fredda. Perché storia sono le sue invettive contro la cultura della morte e gli eccessi del capitalismo. E storia sono i suoi tentativi (infruttuosi) di fermare lo scoppio della guerra in Iraq e di fare pace con la Russia.

Oggi che una guerra fredda è alle spalle, e che un’altra si profila all’orizzonte, tra i due imperi è esattamente come in passato, come sempre: si collabora dove si può, ci si combatte perché si deve. Questo è il motivo per cui papa Francesco, dinanzi al bivio tra unipolarismo e multipolarismo, ha scelto di appoggiare quest’ultimo, siglando un patto di ferro con le due Russie Cremlino e Patriarcato di Mosca e aprendo un canale di dialogo con la Repubblica Popolare Cinese. Perché oltre alla terza guerra mondiale a pezzi, alla guerra fredda 2.0 e alla competizione tra grandi potenze c’è (molto) di più: c’è la guerra mondiale delle croci.