I palestinesi vogliono trattare con Israele (con l’aiuto russo)

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Si avvicina il giorno della storica annessione della valle del Giordano, che dovrebbe iniziare il primo luglio, e che spianerà la strada alla graduale e formale  inclusione del resto della Cisgiordania in Israele. Nella consapevolezza dell’inevitabilità dell’evento, l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) sembra essere disposta a tornare sul tavolo negoziale ma ad una sola condizione: che entri in campo la Russia a mediare tra le parti.

I palestinesi: sì al dialogo, ma con la Russia

Il 21 maggio, l’Anp si è ritirata da ogni accordo in vigore con Israele per protestare contro i piani di annessione della Cisgiordania, definiti una “dichiarazione di guerra ai diritti umani palestinesi”, e legittimati dal piano del secolo elaborato dall’amministrazione Trump, svelato al pubblico mondiale lo scorso 28 gennaio.

I negoziati fra le due parti sono stati tradizionalmente mediati dagli Stati Uniti, nella parte del portavoce degli interessi israeliani, e dall’Arabia Saudita, nella parte del portavoce degli interessi palestinesi, ma la rivoluzione iraniana del 1979 ha cambiato profondamente l’immagine del Medio oriente e la posta in gioco nel mondo islamico, spingendo casa Saud ad una convergenza strategica con lo Stato ebraico, fortemente patrocinata e favorita dalla Casa Bianca.

La Russia sta sfruttando il vuoto di potere lasciato dai sauditi che, pur continuando ad essere formalmente presenti, de facto sostengono l’agenda israelo-americana per la risoluzione della questione palestinese e questo ha spinto i vari movimenti di liberazione a cercare nuovi interlocutori e sostenitori, come ad esempio Turchia ed Iran.

A inizio giugno, il ministro degli Esteri palestinese, Riad al-Maliki, ha spiegato le ragioni dell’opposizione dell’Anp al proseguimento delle tradizionali piattaforme di dialogo: “Non possiamo accettare che l’amministrazione degli Stati Uniti sia l’unico mediatore per la pace fra noi e gli israeliani. Gli Stati Uniti hanno preso posizione: e stanno sostenendo completamente l’adozione della posizione israeliana. Il risultato è che […] non sono più un intermediario onesto”.

La soluzione, secondo al-Maliki, è che sia consentito l’ingresso dei russi perché “produrrà dei risultati tangibili” in quanto “noi ci fidiamo del presidente Putin”. Questo viene ritenuto l’unico modo che Stati Uniti e Israele hanno per convincere l’Anp a riavviare il dialogo, decongelare l’escalation diplomatica ed evitare il sollevamento della popolazione palestinese.

Secondo al-Maliki, il Cremlino avrebbe proposto a Benjamin Netanyahu, per due volte, un incontro dal vivo a Mosca, al quale avrebbe preso parte la dirigenza dell’Anp. Il tentativo, però, non sarebbe andato in porto. La scelta della capitale russa come luogo dello storico vertice ha un chiaro significato simbolico: l’impatto nell’immaginario collettivo, soprattutto dell’opinione pubblica musulmana, sarebbe elevatissimo e gli effetti di questa proiezione di potere morbido sarebbero duraturi. Comunque, per l’Anp il sito non è importante perché “la Palestina è disposta al dialogo con Israele in video-conferenza” purché avvenga “sotto gli auspici russi”.

Le ragioni dell’interesse del Cremlino

Le implicazioni per l’egemonia regionale prodotte dal vuoto di potere lasciato dai sauditi, che Turchia e Iran hanno colmato soltanto in minima parte, sono state ben comprese in Russia che, attraverso l’intromissione nel teatro israelo-palestinese, cerca di consolidare la propria posizione in Medio oriente e di migliorare la propria immagine nel mondo musulmano.
Nonostante l’apparente posizionamento filo-palestinese, il Cremlino fornisce appoggio sia ad una parte che all’altra, sul solco di una tradizione che affonda le radici nell’epoca sovietica. Questa visione molto pragmatica è motivata da due ragioni: Israele è un partner prezioso, con il quale il legame non può essere spinto fino alla soglia del deterioramento totale e vi è consapevolezza dell’ineluttabilità dell’annessione; la Palestina è una leva di pressione su cui è necessario mantenere il controllo non soltanto per prestigio ma, anche e soprattutto, per ridurre i margini di manovra di altre potenze rivali, come Turchia e Iran, ad esempio.
L’entrata in scena del Cremlino in qualità di co-protagonista, però, si sta rivelando molto ardua, come mostrato dai rifiuti di Netanyahu, e i motivi sono molteplici: la lobby statunitense è molto più influente di quella russa, non è nell’interesse del primo ministro israeliano fare concessioni all’ANP, e l’agenda di Mosca per il Medio oriente è sempre stata vista con sospetto e ostilità dagli israeliani per via del supporto al pan-arabismo nasseriano, alla famiglia Assad, ad Hezbollah, ai guerriglieri palestinesi e, infine, anche ad Hamas.