In Palestina, l’economia rischia il collasso, dopo la decisione di Israele di tagliare alcuni fondi destinati all’Autorità nazionale palestinese (Anp). Le entrate, provenienti dalle importazioni che raggiungono la Cisgiordania e la Striscia di Gaza attraverso i porti israeliani, sono mensilmente trasferite all’Anp, secondo quanto stabilito dal protocollo di Parigi del 1994.

Dal febbraio scorso, il governo israeliano ha facoltà di trattenere ogni mese una percentuale sulle entrate fiscali palestinesi – pari a circa 138 milioni di dollari annui –. Secondo Israele, l’importo, che l’Anp destina alle famiglie di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane per reati legati alla sicurezza, sarebbe in realtà utilizzato per finanziare il terrorismo.

Una misura ritenuta ingiusta dal presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, che ha rifiutato in toto il trasferimento di denaro da Israele. Si è trattato di un gesto di protesta – che ha costretto il governo ad adottare rigide misure di austerità -, ma anche di un primo passo per ridurre la propria dipendenza economica da Israele.

Mercoledì scorso,  Abbas ha dichiarato che, “se Israele continuerà a non rispettare gli accordi, l’Autorità palestinese li cancellerà tutti, indipendentemente dalle conseguenze”. Nel frattempo, il ministro dell’Economia palestinese, Khaled Al-Assaily, ha riferito che l’Autorità palestinese avrebbe già iniziato concretamente a rendersi indipendente da Israele.

Aspetti fondamentali di questo progetto sarebbero promuovere il consumo di prodotti palestinesi, ridurre il ricorso alle strutture ospedaliere israeliane, rafforzare i legami con i Paesi arabi – in particolare a livello economico – e incrementare la produzione autoctona di energia, inclusi solare e biomasse.

La cooperazione con i Paesi arabi

Decisivo anzitutto il rafforzamento dei rapporti con altri Paesi arabi. Il primo ministro dell’Anp, Mohammed Shtayyeh, ha intrapreso un tour nelle capitali arabe al fine di rafforzarsi sul piano internazionale. La prima tappa di questo itinerario è stata la Giordania.

Domenica scorsa, in occasione di un incontro bilaterale, i rappresentanti giordani e palestinesi hanno siglato tre MoU sui temi dell’energia, della salute e dei trasporti. È prevista, in particolare, la possibilità di cure per i palestinesi nel Regno hashemita, ed è reso più facile l’ingresso di beni palestinesi sul mercato giordano.

Il secondo viaggio si svolgerà in Iraq, dove una delegazione ministeriale palestinese è attesa nei prossimi giorni, in vista di un rafforzamento della cooperazione economica tra i due Paesi.

La Palestina punta sul rinnovabile

L’Autorità palestinese starebbe investendo anche sullo sviluppo di un programma nazionale in grado di rendere i propri territori autosufficienti sotto il profilo energetico.

Al momento, sarebbe in cantiere il progetto “waste-to-energy”, che mira a produrre energia dal trattamento primario dei rifiuti – il 50 per cento dei quali è organico -. L’energia elettrica verrà prodotta dai gas derivanti dalla decomposizione delle biomasse nella discarica di Zahrat Al-Finjan – la più grande della Cisgiordania -, situata nel governatorato di Jenin.

Il progetto – che costerà alle finanze palestinesi 9 milioni di dollari – produrrà circa 5 megawatt di elettricità, ovvero la quantità necessaria per coprire le esigenze di 30 villaggi palestinesi, situati nel governatorato di Jenin – secondo quanto riferito da Hani Shawahneh, direttore esecutivo della discarica. Se di successo, potrà essere il primo passo verso una più ampia copertura energetica attraverso la bioenergia.

Estendendo il progetto a tutta la Cisgiordania, nella quale, secondo Shawahneh, verrebbero prodotte 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti organici, potrebbero essere generati circa 30 megawatt di energia, ovvero il 3,3 percento del fabbisogno elettrico della popolazione (900 megawatt).

Una strada alternativa alla forniture elettriche israeliane, che, al momento, in Cisgiordania, coprono il 90 percento del fabbisogno palestinese, con il restante 10 percento fornito dalla Giordania.