Prima Parigi, poi Tripoli e infine Bengasi: sono stati tre giorni intensi per il ministro degli esteri Luigi Di Maio, il quale ha lasciato (forse ben volentieri) le grane della crisi di maggioranza al suo successore alla guida del Movimento Cinque Stelle e ha organizzato l’agenda in modo da dare spazio solo alla Libia. Martedì sera il titolare della Farnesina era a Parigi, dove ha discusso del dossier africano con il suo omologo francese Jean Yves-LeDrian. Il giorno dopo invece Di Maio si è recato a Tripoli dove ha incontrato il premier Fayez Al Sarraj e, forse, proprio mercoledì c’era l’intenzione di vedere a Bengasi il generale Khalifa Haftar. Tuttavia, quest’ultimo colloquio si è potuto concretizzare soltanto giovedì. Il tour de force libico di Di Maio si inquadra in un nuovo tentativo dell’Italia di avviare dei colloqui diplomatici, visto il fallimento della conferenza di Berlino. 

Gli incontri di Di Maio con i due principali attori libici

Quando è arrivato a Tripoli, il ministro degli Esteri ben sapeva che l’argomento principale da affrontare, prima ancora che la tregua e l’embargo sulle armi, era quello dell’immigrazione. Del resto, i numeri troppo alti di gennaio e febbraio sugli sbarchi in Italia hanno dato vita ad un non secondario problema politico per l’attuale governo Conte (anche se, per il momento, la sopravvivenza dell’esecutivo è legata a ben altre faccende). Il 2 febbraio scorso è stato rinnovato il memorandum tra Italia e Libia, con Roma che ha inviato a Tripoli delle richieste di modifica relative alla garanzia del rispetto dei diritti umani in relazione all’accoglienza dei migranti presenti nel paese. Un momento dunque delicato lungo l’asse tra i due paesi, dove il tema cruciale è quello dell’immigrazione. E forse è anche per questo l’Italia è tornata in scena a livello diplomatico, l’esecutivo sa bene quanto sia importante far invertire la rotta sul numero degli sbarchi nel nostro paese, specie in prossimità dell’arrivo della bella stagione.

Non è un caso dunque che Luigi Di Maio sia stato il primo rappresentante di un Paese occidentale ad arrivare a Tripoli dopo la conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. Un incontro quello che non ha sciolto alcun nodo e non è riuscito a raggiungere i due obiettivi minimi della vigilia: tregua e rispetto dell’embargo. Dopo aver visto Al Sarraj, il nostro ministro degli Esteri sarebbe dovuto andare a Bengasi. Almeno queste erano le intenzioni iniziali, non si sa se realmente l’incontro fosse o meno programmato. Si sa che mercoledì sera Haftar ha incontrato il delegato francese Christophe Varno nel suo quartier generale, mentre Di Maio è tornato quel giorno stesso a Roma. Poi però, giovedì mattina, il titolare della nostra diplomazia si è nuovamente imbarcato verso la Libia, con destinazione Bengasi.

E qui il ministro ha effettivamente visto Haftar, con un incontro tenuto a Rajma, base militare vicino Bengasi dove si trova la sede del Libyan National Army. A dispetto di quanto fatto filtrare in un primo momento, con il generale Di Maio non ha parlato di immigrazione e controllo delle coste: “Nell’incontro, il ministro ha ribadito che l’Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate-il-fuoco permanente”, si legge in una nota della Farnesina. Dal canto suo, Di Maio si è mostrato al rientro cautamente ottimista: “Ho visto in Haftar una sincera apertura sull’idea del comitato militare come consesso per il cessate il fuoco e per avviare il processo democratico”, si legge in una dichiarazione rilasciata dal ministro una volta tornato in Italia. Difficile per il momento dire cosa l’Italia ha potuto comunque concretamente cogliere al termine del tour del ministro.

La telefonata di Conte a Putin

Mentre Di Maio rientrava da Tripoli, mercoledì si è avuta notizia di un colloquio, questa volta telefonico, che ha avuto come oggetto sempre il dossier libico. Da Palazzo Chigi, in particolare, è partita la chiamata diretta al Cremlino con il presidente del consiglio Giuseppe Conte che ha discusso della situazione in Libia con il presidente russo Vladimir Putin. A riferirlo sono state fonti della presidenza russa, le quali hanno specificato che l’iniziativa è stata richiesta dalla parte italiana. La nota del Cremlino ha ribadito la comune volontà di Roma e Mosca di lavorare congiuntamente per la normalizzazione a lungo termine della Libia.

Non sono emersi altri dettagli, ma è apparso comunque chiaro il tentativo del governo italiano di provare a muovere nuovamente le acque diplomatiche dopo il flop di Berlino. Le iniziative di Di Maio e la chiamata di Conte al presidente russo, vanno di fatto verso questa direzione. Tra il blocco petrolifero imposto da Haftar il 17 gennaio scorso e tra l’aumento delle partenze di barconi dal paese nordafricano, l’Italia teme sempre di più di non poter essere in prima linea per difendere i propri interessi economici e di sicurezza. Il problema reale però è sempre lo stesso degli ultimi mesi: Roma si è resa conto di aver perso troppo tempo sul dossier libico e non può far altro che percorrere velocemente tardive vie diplomatiche, i cui effetti nel recente passato sono apparsi però molto limitati.

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