Dal 1979 due paesi-chiave all’interno della millenaria civiltà islamica, sorretti da impianti ideologici confliggenti e con mire universali, si stanno scontrando per l’egemonizzazione del dār alIslām (il mondo musulmano): Arabia Saudita e Iran. L’entrata in scena di quest’ultimo ha rappresentato l’evento spartiacque più importante nella storia recente delle relazioni internazionali fra i paesi a maggioranza musulmana, perché la sfida al dominio culturale sulla umma (la comunità islamica mondiale) esercitato da Riad è stata lanciata da un paese che è al tempo stesso basato su un’identità sciita, la minoranza più corposa all’interno del mondo islamico, e che non è di etnia araba.

L’ascesa dell’Iran khomeinista ha sancito l’inizio di un profondo mutamento identitario e di un processo di redistribuzione del potere ancora in corso, che sta gradualmente erodendo l’influenza culturale dei tradizionali paesi-guida della civiltà islamica, ossia Marocco, Egitto ed Arabia Saudita, e favorendo l’ascesa di vecchi e nuovi giocatori, come Turchia, Pakistan e Malesia.

Insieme per proteggere un predicatore

Zakir Naik è un nome poco conosciuto in Occidente, ma la sua fama nell’Asia meridionale ed orientale è elevatissima. Naik è il più popolare predicatore salafita di origine indiana, padre della Fondazione per la Ricerca sull’Islam di Mumbai, ed il suo attivismo senza sosta nelle televisioni, nelle moschee e nelle università del Sud globale gli ha fatto ottenere il titolo di “rock-star del tele-evangelismo islamico”.

Naik non ha mai nascosto la propria adesione ad un certo tipo di islam, ultra-conservatore, anti-ecumenico ed anti-occidentale, che promuove ovunque viene invitato a parlare, e la influenza culturale è ritenuta così imponente e perniciosa che le autorità di Nuova Delhi lo ritengono il mandante morale degli attentati di Dhaka del 2016 e dello Sri Lanka della Pasqua 2019. Per questo ed altri motivi, sul capo di Naik è stato attivato un mandato di cattura, con richiesta di estradizione, ma alcuni paesi stanno impedendo la formalizzazione dell’arresto e della deportazione: Malesia, Pakistan e Turchia.

Naik, infatti, si trova attualmente in Malesia, protetto dalle autorità, e starebbe ricevendo supporto materiale, per vivere e finanziare le proprie attività, da Pakistan e Turchia. Non è una coincidenza che i tre paesi abbiano unito gli sforzi per tutelare la libertà di Naik, questa è soltanto l’ultima di tante iniziative congiunte che sembrerebbero indicare la nascita di un nuovo blocco di potere all’interno del mondo musulmano, che non parla arabo e sta spostando il baricentro delle relazioni internazionali fra i paesi islamici ad Est.

Non è dato sapere se Naik conosca il presidente turco di persona, ma il suo apprezzamento è noto, essendo stato esternato più volte in comizi pubblici. Naik è il trait d’union fra Turchia, Malesia e Pakistan, e se la sua influenza è realmente profonda come creduto dalle autorità indiane, le sue prese di posizione su Recep Tayyip Erdogan, che lui vorrebbe come “il prossimo leader del mondo musulmano”, avranno un impatto non di poco conto sull’opinione pubblica islamica.

Un’alleanza all’orizzonte?

I rapporti fra Ankara, Islamabad e Kuala Lumpur sono migliorati in maniera significativa negli anni recenti su impulso di Erdogan, la cui agenda estera contempla il neo-ottomanesimo in Europa e Vicino oriente, il panturchismo nel mondo russo e in Asia centrale, ed il nazionalismo islamico nel resto del pianeta. Stabilire delle relazioni di alto livello con il Pakistan e la Malesia è strategicamente importante ai fini della costruzione di una sfera d’influenza pan-islamica turco-centrica nell’Asia meridionale, considerando l’arsenale nucleare del primo e l’influenza della seconda nel Sud-est asiatico.

I tre paesi condividono ambizioni e rivali e la stessa retorica utilizzata dalle loro classi politiche ha storicamente avuto più somiglianze che differenze da molto prima dell’ascesa di Erdogan. L’avveramento della profezia huntingtoniana sulla de-occidentalizzazione di Ankara ha semplicemente accentuato una tendenza già in essere, permettendo che i tre paesi trovassero una guida carismatica e lungimirante, ossia Erdogan, capace di favorire e giustificare l’avvicinamento.

La formazione dell’asse è avvenuta sullo sfondo della crescente e sempre più palese insofferenza nei confronti della causa palestinese da parte delle dirigenze dei paesi arabi, la cui eredità è stata raccolta proprio da Ankara, Islamabad e Kuala Lumpur e, ovviamente, da Teheran. Ma vi sono anche altri campi, in cui gli interessi dei musulmani sono minacciati, che vedono collaborazione e dialogo fra i tre, come la “resistenza culturale” contro l’occidentalizzazione e il Kashmir.

Nel primo caso, Erdogan aveva proposto all’ex primo ministro malese, Mahathir Mohamad, di unire gli sforzi per l’istituzione di un “esercito dell’islam“, volto a difendere gli interessi dei musulmani dall’imperialismo occidentale, ma la sua recente uscita di scena, avvenuta il 1 marzo di quest’anno, ha temporaneamente congelato le discussioni sull’argomento. L’idea di un’alleanza militare islamica in stile Nato è di SADAT, il think tank più vicino ai decisori politici di Ankara, e risale al 2018. Anche con Mohamad fuori dai giochi, Erdogan non ha abbandonato il progetto e, soprattutto, non ha mollato la presa sulla Malesia. Prossimamente, infatti, potrebbe vedere luce un canale televisivo in lingua inglese, sponsorizzato dai due paesi, incentrato sulla lotta all’islamofobia in Occidente e sulla difesa dei valori islamici.

Il Pakistan è un caso particolare: è stato uno storico alleato dell’Occidente sin dalla partizione dell’India del 1947, ma i rapporti si sono incrinati nel corso del tempo come naturale conseguenza della presenza pervasiva di elementi radicali nel seno della politica e dei servizi segreti, che hanno utilizzato il terrorismo ed il separatismo come un instrumentum regni in chiave anti-indiana sin dal post-indipendenza. La situazione è stata ulteriormente peggiorata dall’entrata del paese nella sfera d’influenza saudita, che ha contribuito ad esacerbare il problema della radicalizzazione religiosa, ma Erdogan ha voluto tentare ugualmente lo “strappo”, sfruttando il tallone d’Achille del solido partenariato: il Kashmir.

L’Arabia Saudita ha mantenuto e mantiene un profilo basso sulla questione kashmira per non deteriorare i rapporti con l’India, che è un acquirente di lunga data del petrolio di Riad, ma la Turchia non è incatenata da questa limitazione e, perciò, ha maggiore libertà di manovra, azione e parola. L’esposizione turca nella regione contesa è aumentata con l’insediamento di Imran Khan alla presidenza del consiglio dei ministri pakistano e ha contribuito a migliorare sensibilmente i rapporti fra le due cancellerie, rafforzando l’immagine di Erdogan quale difensore della umma.

Il 21 novembre dell’anno scorso, la Turchia ha promosso ed ospitato una conferenza internazionale sul Kashmir, ribadendo che non può essere considerato  un affare interno all’India poiché potenziale fonte di instabilità per l’intera Asia meridionale. L’evento ha funto da preludio ad un’importante due-giorni di Erdogan a Islamabad, il 13 e 14 febbraio, tesa ad “approfondire il partenariato in quasi ogni settore”, secondo il Daily Sabah. Per capire il reale motivo della visita, si pensi al fatto che durante un discorso al parlamento pakistano della durata di 25 minuti, il presidente turco ha menzionato il Kashmir sei volte.

Anche la Malesia, su impulso turco, ha iniziato a fornire maggiore supporto al Pakistan, criticando la revoca dell’autonomia al Kashmir, avvenuta lo scorso agosto, e accusando l’India di essere una potenza occupante e di avere un’agenda anti-musulmana.

L’esplosione della pandemia ha favorito indirettamente il consolidamento dell’asse, dal momento che Pakistan e Malesia hanno ricevuto carichi di aiuti umanitari e condivisione di conoscenze pratiche da parte di Ankara.

Inoltre, occorre dare la dovuta importanza ad un altro evento accaduto nel corso dell’emergenza sanitaria: il primo ministro pakistano ha invitato i compatrioti a guardare le serie televisive turche, giocando un ruolo-chiave nella loro esportazione nel vicino Kashmir, diventando il primo capo di stato di un paese islamico a prendere una posizione pubblica sull’argomento che, lungi dall’essere umoristico, rappresenta uno dei capitoli della guerra fredda fra Turchia ed Arabia Saudita. Khan ha praticamente agito da promotore pubblicitario per l’industria dell’intrattenimento turca ed il suo intervento ha avuto successo: la serie “Resurrection: Ertuğrul” è rapidamente diventata un fenomeno culturale sia in Pakistan che in Kashmir.

Collaborazione in campo sanitario e reciproco sostegno in politica estera e cultura, segni che dicono molto su quale potrebbe essere il futuro di questo asse nascente, la cui ufficiale formazione nel dopo-pandemia potrebbe rivoluzionare tanto le relazioni internazionali quanto il mondo musulmano, accelerandone il cammino verso la de-arabizzazione e l’asiatizzazione iniziato nel lontano 1979.

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