Sono oramai trascorsi 80 giorni da quando 18 pescatori di due pescherecci di Mazara del Vallo sono stati fermati dalle motovedette di Haftar in Libia. Da allora, solo una telefonata giunta la scorsa settimana ha certificato ai parenti dei marinai, di cui otto italiani, il buono stato di salute fisico dei membri dei due equipaggi. Nessuno forse, né in Sicilia e né tra chi in questo momento si ritrova rinchiuso a Bengasi, si aspettava di oltrepassare la soglia degli 80 giorni fuori di casa. E sulla vicenda il fattore tempo sembra l’incognita principale.

Tra incognite e incertezze

Tutto è iniziato la sera del primo settembre scorso. Da poche ore il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio aveva lasciato la Libia dopo una visita lampo che lo ha portato prima a Tripoli, dove ha incontrato il premier Fayez Al Sarraj, e poi in Cirenaica in cui è avvenuto il colloquio con il presidente del parlamento, Aguila Saleh. In quelle poche ore di permanenza nel Paese nordafricano, il titolare della Farnesina aveva parlato con i principali interlocutori libici, tranne che con il generale Haftar. Impossibile dire se l’azione delle motovedette partite da Bengasi volte a intercettare i pescherecci italiani sia stata casuale o premeditata e, in particolare, figlia dell’irritazione dell’uomo forte della Cirenaica per il mancato incontro con Di Maio.

Fatto sta che, come ricostruito da Fausto Biloslavo su Panorama, alle 21:26 di quello stesso primo settembre il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo della Guardia Costiera a Roma ha ricevuto il primo allarme. Quattro pescherecci erano infatti stati raggiunti da una motovedetta libica, con a bordo due miliziani armati. Due di quei pescherecci saranno costretti a proseguire il viaggio verso Bengasi: si tratta dell’Antartide e del Medinea. Sono stati quelli momenti concitati, dove ci si aspettava un intervento della nostra Marina Militare poi non avvenuto. Si sperava forse che la vicenda, da lì a breve, si poteva risolvere senza sparare un colpo nemmeno per avvertimento. Del resto, già in altre occasioni (troppe) marinai di pescherecci italiani sono stati portati in Libia e poi rilasciati nel giro di poche ore. L’accusa è sempre stata formalmente la stessa: pescare in acque considerate dai libici come di propria pertinenza, circostanza mai riconosciuta a livello internazionale. Da quel momento però la diplomazia non è riuscita a prendere il sopravvento: sono trascorsi 80 giorni e i marinai sono ancora all’interno dei locali del carcere di El Kuefia, non lontano da Bengasi.

La mediazione degli Emirati

La difficoltà principale per Roma è stata dovuta, sin dalle prime ore della vicenda, dal fatto che a sequestrare i pescherecci di Mazara del Vallo sono stati uomini dell’esercito di Haftar. Quest’ultimo controlla buona parte della Cirenaica e il suo primo riferimento politico è rappresentato dal governo, con sede ad Al Bayda, guidato dal dimissionario Al Thani. L’Italia ha rapporti ufficiali con l’esecutivo di Al Sarraj, stanziato a Tripoli e unico rappresentante del Paese riconosciuto dall’Onu e dal nostro Paese. Ma non solo. Haftar ha il dente avvelenato: il generale a giugno è stato costretto ad abbandonare la Tripolitania, incassando quindi una sonora sconfitta sul piano militare. L’indietreggiamento ha coinciso con una sempre maggiore marginalizzazione anche a livello politico. Lo stesso esecutivo italiano, che fino a non molto tempo fa aveva contatti diretti con Haftar (tanto da riceverlo con tutti gli onori anche a Palazzo Chigi), ha scelto di interloquire con altre figure di spicco dell’est della Libia.

In poche parole, il sequestro ha rappresentato una vera e propria “tempesta perfetta” per permettere al generale di ricattare l’Italia e tornare al centro del dossier libico. Per questo avvicinare mediatori e responsabili dell’esercito guidato da Haftar è stato da principio molto difficile. Anche perché da Bengasi si è proposto in primis uno scambio: i 18 marinai dei pescherecci in Italia in cambio della scarcerazione di quattro ragazzi libici accusati di essere scafisti e detenuti nelle carceri siciliane. Proposta ovviamente irricevibile e inattuabile. La diplomazia italiana ha quindi chiesto l’intervento degli Emirati Arabi Uniti, tra i principali sponsor di Haftar. Da Abu Dhabi avrebbero già preso contatti a metà ottobre con Begasi, fonti diplomatiche hanno descritto come “positivo” il clima tra le parti. Ma i giorni senza che arrivino buone notizie stanno intanto continuando a scorrere.

Quando ci sarà una svolta?

Difficile oggi dire se, superata la soglia degli 80 giorni, si andrà dritti anche verso i 100. Oppure se, come si auspica, questo triste conteggio potrà d’incanto azzerarsi. Tra mediazioni e riserbo, nessuno può indicare l’ora X in cui finalmente per 18 famiglie di pescatori finirà questo tormentato incubo. Per l’Italia si tratterà in ogni caso di uno smacco: non aver saputo difendere e poi riportare subito a casa dalla Libia, Paese in cui abbiamo molti interessi di natura sia politica che economica, dei nostri pescatori potrebbe rappresentare un precedente molto pericoloso.

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