L’attacco israeliano di giugno contro l’Iran ha riaperto vecchie faglie geopolitiche e ha messo in luce il peso crescente del neoconservatorismo francese. Un movimento che, pur nato negli Stati Uniti, ha trovato a Parigi un terreno fertile: politici, giornalisti, think tank e accademici che sostengono senza esitazione la linea atlantista e filo-israeliana, a scapito della tradizione diplomatica autonoma che la Francia aveva incarnato durante l’era gollista.
Dalla “terza via” al blocco atlantico
La Francia di De Gaulle e dei suoi successori aveva cercato una posizione autonoma, capace di incarnare una terza via tra Stati Uniti e URSS. Ma dagli anni di Sarkozy in poi, questo equilibrio è stato progressivamente abbandonato. La diplomazia francese si è legata a doppio filo con Washington, seguendo le priorità della NATO e dell’Unione Europea. Non si tratta di un cambiamento improvviso: già nel 1976, con il programma dei “Giovani Leader” lanciato dalla Fondazione franco-americana, centinaia di personalità del mondo politico, industriale e mediatico erano state integrate in una rete di influenza destinata a consolidare il legame atlantico.
Da Hollande a Macron, la linea non è cambiata: sostegno a Israele, rottura delle relazioni con Mosca, pieno allineamento con Bruxelles e Washington. Il Quai d’Orsay, dove alcuni descrivono la corrente neoconservatrice come una vera e propria “setta”, ha finito per perdere ogni autonomia strategica.
Una rete che unisce media, accademia e politica
Il neoconservatorismo francese non è un’entità unitaria, ma una galassia di reti e gruppi convergenti. Dal Cercle de l’Oratoire fondato dopo l’11 settembre, ai think tank come la Fondation pour la recherche stratégique, fino ai media filo-atlantisti come Dreuz.info, le voci neoconservatrici hanno trovato spazio e amplificazione. Intellettuali, giornalisti e politici si sono alternati nel sostegno a Israele e nell’invocazione di una “difesa preventiva” contro le minacce islamiche o russe.
Negli ultimi anni, nuove strutture si sono aggiunte: movimenti come il Printemps républicain, siti come Conspiracy Watch, figure mediatiche e accademiche che hanno trasformato la narrazione politica in una dicotomia tra democrazie e dittature, tra il bene assoluto incarnato dall’Occidente e il male rappresentato da chiunque vi si opponga.
Israele e l’Iran: la guerra degli slogan
Il conflitto israelo-iraniano è diventato il banco di prova perfetto per questa ideologia. Con l’opinione pubblica sempre più critica verso l’operato di Israele a Gaza, la retorica neoconservatrice ha bisogno di spostare l’attenzione: presentare Teheran come minaccia esistenziale, evocare lo “scontro di civiltà”, ribadire che Israele combatte “per tutti noi”. Da qui lo slogan ricorrente: Israele non difende solo se stesso, ma difende l’intera civiltà occidentale.
Sulle televisioni francesi, editorialisti e opinionisti ripetono questa narrativa: il diritto alla difesa equivale al diritto di bombardare, la guerra preventiva diventa legittima, la sproporzione delle risposte israeliane viene ignorata. Le critiche al diritto internazionale, alle tempistiche e alle motivazioni degli attacchi vengono derubricate come ingenuità.
Il rischio del caos regionale
Eppure, la realtà del Medio Oriente dimostra la fragilità di questa visione. Ogni intervento sproporzionato o illegittimo ha generato più caos che stabilità: dall’Iraq nel 2003, alla Libia nel 2011, fino alla Siria. L’idea che l’eliminazione del regime iraniano possa aprire la strada a una pace duratura appare quanto mai illusoria. Un Paese di novanta milioni di abitanti, con un territorio vastissimo e con strutture statali complesse, non può essere ridotto a una pedina sacrificabile senza immaginare le conseguenze dirompenti per l’intera regione.
Anche voci arabe e libanesi sottolineano il paradosso: la fine dell’era iraniana potrebbe sembrare una benedizione, ma l’inizio dell’era israeliana rischia di trasformarsi in una maledizione. Una regione già devastata da conflitti e occupazioni sarebbe condannata a un nuovo ciclo di instabilità permanente.
I falchi francesi e la lezione dimenticata
La Francia, che un tempo rivendicava il ruolo di potenza autonoma capace di dialogare con tutti, appare oggi appiattita su posizioni che rispecchiano fedelmente l’agenda neoconservatrice. Una scelta che la priva di credibilità in Medio Oriente, la trascina in conflitti che non le appartengono e la allontana dalla tradizione di realpolitik costruita nel dopoguerra.
Dietro gli slogan sulla difesa della democrazia, ciò che emerge è una logica di guerra permanente, funzionale agli interessi di élite economiche e militari più che alla sicurezza dei popoli. La lezione della storia – che l’uso sproporzionato della forza produce solo caos – sembra dimenticata. Eppure è proprio questa la lezione che chi vive sotto le bombe conosce meglio di chiunque altro.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

