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La pandemia di Covid-19 ha reso la Corea del Nord ancor più isolata del solito. Nessuno può entrare o uscire dal Paese, e dunque lo spazio di osservazione per capire cosa accade oltre il 38esimo parallelo è diventato pressoché irrisorio. Un anno fa i riflettori erano tutti puntati su Kim Jong Un. Il presidente nordcoreano, solitamente onnipresente, era sparito dalla scena. Di lui non si avevano più foto né notizie dall’11 aprile. Hanno così preso forma le voci più disparate, dalla morte del Grande Leader in seguito a un infarto, alla sua paralisi permanente in seguito a un’operazione chirurgica non andata a buon fine. In quei giorni convulsi c’era perfino chi paventava l’ipotesi di una sorta di sommossa interna perpetuata dall’esercito, a detta di alcuni non soddisfatto delle graduali riforme e aperture concesse da Kim terzo.

Fino a maggio queste voci si sono susseguite senza sosta, salvo poi rivelarsi infondate non appena il presidente è riapparso per inaugurare un’azienda agricola nella città di Sunchon. Eppure le immagini di Kim Jong Un non sono riuscite a convincere l’intera platea, visto che non è mancato chi ha ipotizzato la presenza di un sosia. Detto in altre parole, qualcuno avrebbe tolto di mezzo Kim per modificare la politica nordcoreana. L’indiscrezione, una delle tante, comparse nelle cronache di quelle settimane febbrili, non è mai stata confermata. Semmai è stata involontariamente arricchita dalla comparsa sulla scena pubblica, quasi assidua, di Kim Yo Jong, sorella di Kim, per molti reggente del potere nazionale in attesa di un eventuale assestamento interno.

I nemici (esterni) di Kim

Cronache del genere sono state silenziate dalla pandemia. Nel frattempo Kim è riapparso più volte in pubblico mentre Miss Kim è parzialmente tornata nell’ombra. Allarme rientrato, dunque? Neanche per idea. Perché mentre all’interno della Corea del Nord tutto sembra tacere, fatta eccezione per la complessa situazione economica provocata dagli effetti indiretti del Covid, all’esterno del “Regno Eremita” non manca chi coltiva il sogno di rovesciare il governo di Kim Jong Un. Non stiamo parlando di giapponesi, americani o sudcoreani, né di entità statali.

Ci riferiamo, semmai, a vari gruppi formati da dissidenti nordcoreani e attivisti. Due meritano di essere menzionati e analizzati in maniera dettagliata. Il primo gruppo si chiama Liberty in North Korea (LiNK). Siamo di fronte a una ong senza scopo di lucro fondata nel 2004 con sede in California, Stati Uniti, e Seul, Corea del Sud. L’organizzazione è solita attivarsi per salvare i rifugiati nordcoreani nascosti in Cina e reinsediarli in Sud Corea o Usa, così da scongiurare un loro eventuale rimpatrio oltre il 38esimo parallelo. LiNK è attiva anche nell’ambito della sensibilizzazione dei diritti umani, attraverso ricerche, studi e documentari.

Free Joseon

L’altro nemico esterno di Kim, ancora più pericoloso di Link, si chiama Free Joseon (o Cheollima Civil Defens,  Ccd). Nel febbraio 2019, secondo quanto ricostruito dalla Bbc, questo gruppo armato avrebbe organizzato un’incursione presso l’ambasciata nordcoreana situata a Madrid. Durante l’azione, il personale diplomatico sarebbe stato ammanettato e picchiato. Stando alle ricostruzioni dei media, alcuni membri del Ccd sarebbero entrati nell’edificio armati di machete, barre di metallo, coltelli e fascette per cavi, e usciti con due computer, USB, dischi rigidi e un telefono cellulare. Ma che cos’è il Free Joseon? E perché è così pericoloso per Kim Jong Un?

Il Ccd si descrive come “un’organizzazione che aiuta i disertori” impegnata a rovesciare la dinastia Kim. La prima azione degna di nota del gruppo risale al 2017, quando i suoi membri hanno spiegato di aver protetto Kim Han Sol, nipote di Kim Jong Un nonché figlio di Kim Jong Nam, assassinato in un aeroporto in Malesia con un agente nervino. Poche settimane dopo i fatti di Madrid, il Ccd ha dichiarato di aver sospeso temporaneamente le proprie operazioni per via di notizie speculative da parte dei media. Ad oggi non si segnalano sue altre irruzioni. Nonostante questo c’è chi insinua che organizzazioni simili a quelle appena descritte possano aver giocato un ruolo chiave anche nella fuga dell’ambasciatore nordcoreano in Italia. A Pyongyang nessuno intende abbassare la guardia.

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