In Cisgiordania l’esercito israeliano può sparare ai palestinesi, ma non agli ebrei. È una regola non scritta, ma pienamente operativa, tant’è che a raccontarlo — anche con estrema fierezza — è Avi Bluth, capo del Comando Centrale dell’esercito israeliano. La cronaca della Cisgiordania, dove dall’ottobre 2023 sono stati uccisi almeno 1.151 palestinesi, lo testimonia da tempo. Altra cosa, però, è sentire dichiarazioni tanto esplicite dalla voce del comandante dell’IDF in West Bank. A riportare le sconvolgenti parole di Bluth, pronunciate durante un forum a porte chiuse e mai smentite, è stato Haaretz.
I palestinesi gambizzati: “I nostri monumenti zoppicanti”
Non ci sono solo il muro di separazione, il filo spinato e i checkpoint. Il sistema di apartheid imposto da Israele in Cisgiordania si vede anche nei corpi dei palestinesi. Molti di loro — soprattutto giovani e uomini in età lavorativa — zoppicano. Bluth li definisce “i monumenti zoppicanti della nostra politica”. I soldati israeliani hanno l’ordine di sparare “dal ginocchio in giù” contro i palestinesi che tentano di attraversare la barriera che separa la Cisgiordania da Israele. L’obiettivo è mutilare. “Devono essere colpiti intenzionalmente, senza necessariamente essere uccisi. Occorre lasciarli feriti in modo permanente”, ha dichiarato Bluth. Le mutilazioni hanno come scopo la deterrenza. Si tratta di creare una “coscienza della barriera”: diffondere la paura delle conseguenze per chi tenta di attraversarla. “I villaggi palestinesi sono pieni di ‘monumenti zoppicanti’: il prezzo di chi ha provato ad attraversare”, ha aggiunto Bluth.
Ma questa pressione non si esercita solo sul corpo. È anche economica e strutturale. La disoccupazione in Cisgiordania è il risultato di un sistema di restrizioni che ha progressivamente eroso le possibilità di sostentamento. Molti terreni agricoli sono finiti oltre il muro di separazione, rendendo impossibile per tanti contadini accedere alle proprie terre. A ciò si aggiungono le demolizioni di serre e infrastrutture agricole dei palestinesi, soprattutto nell’Area C, sotto il pieno controllo israeliano. Il risultato è un impoverimento dilagante che lascia sempre meno alternative: per molti, attraversare la barriera diventa l’unica possibilità di lavoro, nonostante i rischi.
Così, ogni giorno, centinaia di palestinesi cercano di entrare in Israele. Con la disoccupazione altissima in Cisgiordania e salari molto più alti in Israele, molti rischiano la vita — o, come dice Bluth, le gambe — pur di lavorare. “Un muratore di Ramallah – prosegue il generale – guadagna 1.500 shekel al mese. In Israele può arrivare a 7.000: quindi è disposto a rischiare di essere gambizzato. Se dovessimo colpirlo, potrà comunque attraversare di nuovo e lavorare in una panetteria”. Bluth ha poi aggiunto: “La prossima volta che siete in una panetteria, guardate dietro il bancone: probabilmente ci sono quattro residenti di Hebron lì dentro”. Qualcuno, magari, zoppicante.
“Abbiamo ucciso decine di lanciatori di pietre”
Tra i simboli della resistenza palestinese (sumud) ci sono anche le pietre. Le immagini della prima Intifada – iniziata nel 1987 — di bambini che lanciano sassi contro i mezzi blindati israeliani sono diventate l’icona della dicotomia tra oppressori e oppressi. Israele, consapevole della forza simbolica di quel gesto, ha progressivamente inasprito le pene contro chi lo compie. “Nel solo 2025 abbiamo ucciso 42 lanciatori di pietre”, ha dichiarato Bluth. “Si tratta di terrorismo, altro che resistenza popolare”. Il 23 aprile un ragazzino di 15 anni è morto così. Si chiamava Youssef Shtayyeh ed è stato ucciso dai soldati israeliani mentre scappava via dopo aver lanciato dei sassi contro i carri armati. Gli hanno sparato alla schiena, a 100 metri di distanza.
Eppure, a lanciare pietre sono talvolta anche i coloni ebrei. Ed è qui che l’esistenza di un sistema di apartheid emerge in modo lampante: “Il pericolo del lancio di pietre è lo stesso, ma non dobbiamo sparare agli ebrei”. “Purtroppo qualche incidente c’è stato”, ha aggiunto Bluth, “e ha avuto conseguenze sociali”. Il riferimento è alla scorsa estate, quando due soldati dell’IDF spararono contro coloni mascherati che stavano lanciando pietre contro alcune automobili. “Abbiamo colpito due ebrei, ferendo un quindicenne. La notizia provocò molto clamore. Fortunatamente quegli ebrei non sono morti”.
Con i coloni, ha spiegato Bluth, “preferiamo usare altri mezzi” perché altrimenti “si rischiano delle conseguenze psicologiche”. Per i quindicenni palestinesi uccisi a colpi di fucile, invece, nessun trauma collettivo. Purché non siano ebrei, annota amaramente Gideon Levy.
“Una cella con due brandine per 18 detenuti”
Molti dei palestinesi sorpresi in Israele senza permesso finiscono gambizzati o nelle carceri israeliane. Attualmente, infatti, oltre 4mila palestinesi si trovano in detenzione amministrativa, misura che prevede la carcerazione senza passare per un processo e altro (i prigionieri totali sono più di 11mila).
Il 2 maggio scorso la polizia israeliana ne ha arrestati altri 18. “Sono stati portati alla stazione di polizia di Arad, nel Sud del Paese”, riporta Haaretz. Lì sono stati rinchiusi in una cella con due materassi e un bagno. Incatenati l’uno all’altro. Sono rimasti per dieci giorni in una cella di appena nove metri quadrati, in attesa di essere trasferiti in una struttura carceraria e di sapere se la detenzione verrà trasformata in reclusione a lungo termine.
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