I Mondiali di calcio in Russia sono terminati e si sono svolti nel migliore dei modi, senza incidenti tra tifosi ma soprattutto senza attentati da parte degli estremisti islamici.
Le numerose minacce lanciate dall’Isis nei mesi precedenti all’evento, con tanto di immagini di jihadisti che fronteggiavano gli stadi, sono rimaste soltanto parte di una mera propaganda priva di qualsiasi conseguenza pratica.

Avevano invocato attacchi, massacri, vendette contro il presidente Vladimir Putin, avevano mostrato panoramiche di stadi minacciati da jihadisti in tuta mimetica e mitra a tracolla, esplosioni sullo sfondo, calciatori dietro delle gabbie con tanto di scritta: “State combattendo uno Stato che non conosce la parola fallimento nel suo dizionario”.

La realtà dimostra però ben altro: l’Isis conosce molto bene il termine “fallimento” visto che il suo “progetto” è fallito su tutta la linea.

In primis in Siria e Iraq dove, in seguito all’offensiva russa lanciata nel settembre del 2015, l’Isis ha subito una sonora disfatta mentre le truppe di Assad recuperavano man mano il territorio inizialmente perso. Le varie katiba jihadiste venivano sistematicamente spazzate via dalle operazioni congiunte russo-siriane e i leader eliminati. Un ultimo lampante caso è quello di Hudhayfah al-Badri figlio di Abu Bakr al-Baghdadi, ucciso a inizio luglio vicino Homs durante un’offensiva jihadista finita male.

In secondo luogo bisogna poi considerare che i jihadisti non sono riusciti a colpire la Russia durante i Mondiali; non hanno nemmeno provato a rivendicare l’incidente d’auto che ha coinvolto un tassista ubriaco due giorni dopo l’inizio dell’evento sportivo a Mosca.

La macchina preventiva messa in moto dal Cremlino ha dimostrato di essere più che efficiente, riuscendo a depotenziare e neutralizzare qualsiasi tipo di minaccia jihadista e proteggendo tutti i possibili soft target di riferimento. Nel frattempo Mosca colpiva i focolai jihadisti nel Caucaso settentrionale, come lo scorso 10 giugno in Inguscezia dove veniva neutralizzata una cellula di quattro terroristi che preparava attacchi ai Mondiali.

Dunque una propaganda inutile se non controproducente quella messa in atto dall’Isis nei mesi precedenti ai Mondiali in quanto ha messo in evidenza come i jihadisti non riescano ad andare oltre le minacce mediatiche, forse l’unica cosa che ultimamente riesce decentemente ai seguaci di al-Baghdadi.

I Mondiali facevano gola ai jihadisti dell’Isis per diversi motivi: in primis per una dimostrazione di forza, per mostrare di essere ancora in grado di colpire e far male, nonostante le sconfitte subite; in secondo luogo per l’enorme eco mediatico, a livello mondiale, che avrebbe comportato un attentato durante i Mondiali (Monaco 1972 insegna); in terzo luogo per il pesante danno economico/turistico ai danni della Russia.

La Russia ha rimpiazzato gli Stati Uniti come nemico numero uno degli estremisti islamici ed è oggi considerata dai jihadisti la grande responsabile della sconfitta subita dall’Isis in Siria in seguito alla campagna militare lanciata nel settembre 2015 e che ha di fatto schiacciato il cosiddetto Stato islamico (Che cos’è l’Isis).

Il quieto svolgersi dei Mondiali di calcio è un’ennesima vittoria per Vladimir Putin ed è forse il caso di iniziare a riflettere attentamente su quali siano le strategie realmente vincenti per quanto riguarda la lotta al terrorismo islamico.