I legami tra il mondo del calcio e le grandi questioni di politica internazionale non sono stati affatto secondari, in passato: più volte, infatti, il calcio è stato un’utile arma di propaganda per numerosi regimi politici, quale ad esempio la dittatura argentina in occasione dei Mondiali del 1978, o ha rappresentato adeguatamente il “termometro” delle relazioni internazionali in un dato periodo, come nel caso del rifiuto della nazionale sovietica di disputare una partita di qualificazione ai Mondiali del 1974 nel Cile sconvolto dal golpe di Pinochet. Al giorno d’oggi, il Qatar è il Paese che maggiormente punta sul potenziale propagandistico del calcio e, in prospettiva, vede la marcia verso i Mondiali che ospiterà nel 2022 come un utile strumento per porre rimedio al crescente isolamento internazionale a cui è sottoposto dopo la rottura netta delle relazioni con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e il Bahrain, che aveva portato a numerosi dubbi sull’effettiva realizzabilità della rassegna.

Rassegna che, nella visione strategica dei governanti di Doha, dovrà invece rappresentare una vera e propria vetrina dell’emirato verso il resto del mondo e, allo stato attuale delle cose, rappresenta una concreta assicurazione circa la tenuta dell’economia interna e del posizionamento internazionale del Qatar. In primo luogo, l’importanza garantita ai Mondiali 2022 è certificata dal faraonico piano di spese messo a punto dal comitato organizzatore: come riportato al Guardian dal Ministro delle Finanze del Paese, Ali Shareef Al-Emadi, il Qatar è nelle condizioni di poter spendere 500 milioni di dollari alla settimana in progetti correlati allo sviluppo infrastrutturale e alla realizzazione degli impianti sportivi che ospiteranno i Mondiali 2022. Il preventivo di spesa per la rassegna, secondo le stime più attendibili, sarà pari a 187 miliardi di dollari: una cifra superiore a quella allocata per qualsiasi altra manifestazione targata FIFA che non dà solo un’idea del potere di condizionamento detenuto dal capitale sul calcio contemporaneo ma permette anche di qualificare come macroscopico lo sforzo compiuto dal Qatar per legittimare, attraverso il mondo del pallone, la sua posizione di fronte al resto del mondo.

Di fronte a numeri tanto impressionanti, il caso mediatico suscitato dal passaggio di Neymar jr. dal Barcellona al Paris Saint Germain controllato dalla Qatar Investment Authority della famiglia al-Thani potrebbe apparire ridimensionato: tuttavia, il trasferimento record da 222 milioni di euro (e il correlato affare dal valore complessivo di 562 milioni) con cui il fuoriclasse brasiliano ha preso la via del Parc des Principes rappresenta l’ultimo, e più efficace, colpo di propaganda con cui i reali qatarioti, proprietari della compagine francese, puntano a lucidare l’immagine dell’emirato di fronte al resto del mondo. Come scritto da Marco Bellinazzo sul Sole 24 Ore“il football finanziario e industrializzato si è evoluto a pieno titolo in uno strumento geopolitico di soft power, in un metodo di legittimazione internazionale di rara efficacia”, e a dimostrarlo basta proprio la prassi irrituale con cui la Qatar Investment Authority ha forzato il passaggio di Neymar al PSG: al fuoriclasse brasiliano, infatti, è stata corrisposta una maxi-somma da 300 milioni di euro in cambio del ruolo di testimonial per la rassegna iridata del 2022, che ha consentito al calciatore di spezzare la clausola contenuta nel suo contratto col Barcellona

E così, mentre la Tour Eiffel si colora di verdeoro per salutare l’arrivo della stella brasiliana a Parigi, Neymar jr. si presta a fare da testimone d’eccezione al Mondiale degli emiri legandosi a doppio filo con il braccio operativo di Doha in campo sportivo e finanziario. Il simbolo della capitale francese risplende per il colpo più oneroso della storia del calcio e si illumina nel salutare il rilancio della propaganda del Qatar, Stato accusato di intrattenere profonde relazioni  coi gruppi jihadisti in Iraq e Siria e che, al tempo stesso, organizza un Mondiale destinato ad apparire come un colossale sfoggio di grandeur in omaggio al quale, oramai da anno, vengono immolate centinaia di vite umane. Oltre 700 indiani e 522 nepalesi sono morti nei lavori per la realizzazione degli impianti dei Mondiali dal 2010 a oggi, mentre il Guardian ha stimato che, entro il 2022, il Mondiale degli emiri e di Neymar potrebbe inghiottire sino a 4.000 vite umane, stroncate dal caldo soffocante, dalla stanchezza e dalla completa mancanza di tutele e protezioni sul luogo di lavoro. E così, la corsa di avvicinamento al Mondiale 2022 rivela tutte le grandi ipocrisie dell’odierno sistema calcio, mentre al contempo il Qatar fa del pallone un’arma di propaganda di primaria importanza: sponsorizzato dalle principali stelle del football planetario, edificato sul corpo dei moderni schiavi immolati per ragioni di prestigio e business e inquadrato nella strategia geopolitica di un governo ambiguo e oscurantista come strumento di una lotta di potere spietata su base regionale, il Mondiale 2022 nasce già tarlato da impressionanti contraddizioni.