I metalli critici e un cuneo tra Russia e Cina: ecco perché Trump convoca gli “Stan” dell’Asia Centrale

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Politica /

Un summit inedito, nell’ampiezza e nell’ambizione, quello in programma per il 6 novembre alla Casa Bianca, dove Donald Trump ospiterà i presidenti dei 5 Paesi ex sovietici dell’Asia Centrale: Kazakstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Attori strategici nel confronto geopolitico contemporaneo per il controllo dell’Eurasia, in graduale passaggio dalla sfera d’influenza russa alla crescente presenza cinese ma comunque desiderosi di mantenere rotte autonome per i propri interessi.

Il maxi-vertice tra gli Usa e gli “Stan”

E così il kazako Kassym-Jomart Tokayev, il kirghizo Sadir Japarov, il tagiko Emomalī Rahmon, il turkmeno Serdar Berdimuhamedow e l’uzbeko Shavkat Mirziyoyev avranno l’occasione di confrontarsi con Trump nel più alto vertice mai convocato nel formato C5+1, storicamente condotto dalle diplomazie dei cinque Stati asiatici e dal Dipartimento di Stato.

I grandi spazi euroasiatici interessano profondamente agli Usa. Un piede a terra nella regione può consentire agli Usa di marcare a uomo la Via della Seta cinese; apre la strada a supervisionare da vicino l’Afghanistan, dove i Talebani hanno risposto picche alla richiesta di Trump di riavere sotto il controllo Usa la base di Bagram; garantisce una maggior forma di coordinamento con autorità decisive per osservare il superamento delle sanzioni da parte della Russia tramite criptovalute con exchange in Asia centrale o triangolazioni commerciali; può consolidare un percorso già avviato di inserimento nell’estero vicino degli avversari iniziato con la mediazione tra Armenia e Azerbaijan e l’annuncio della Trump Route for International Peace and Prosperity nel già conteso corridoio di Zangezur.

Infine, apre a grandi accordi commerciali. I leader dell’Asia Centrale avrebbero preferito, inizialmente, mostrare le loro ricchezze di persona a The Donald, sul modello di quanto fatto dai Paesi del Golfo. “Da mesi, funzionari kazaki e uzbeki cercano di convincere Donald Trump a diventare il primo presidente degli Stati Uniti a  visitare l’Asia centrale“, nota Bne Intellinews, che aggiunge il fatto che “Trump apparentemente vuole il vantaggio di giocare in casa, continuando a impegnarsi per garantire agli Stati Uniti un ampio accesso alle abbondanti risorse minerarie critiche dell’Asia centrale e a controllare l’influenza  di Russia e Cina  nella regione”.

L’Asia centrale, una miniera “geopolitica”

Il Central Asian Bureau for Analytical Reporting (Cabar) segnala che “l’Asia centrale  vanta una quota significativa dei minerali essenziali del mondo, con il 38,6% del minerale di manganese, il 30,07% di cromo, il 20% di piombo, il 12,6% di zinco e l’8,7% di titanio”, a cui si aggiunge il potenziale kazako sulle terre rare.

Parliamo di prodotti decisivi per molte filiere, dalla difesa alle nuove tecnologie, su cui Washington ha messo gli occhi nel quadro di una contesa globale con la Cina che si è sostanziata con la ricerca di profondi e continui accordi come quelli conclusi per l’accesso alle filiere o la cooperazione con Ucraina, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Australia, Malesia, Thailandia, Cambogia e Giappone dall’inizio del Trump 2.0. I Paesi centroasiatici seguiranno? Trump ci spera e secondo Trends Research and Advisory il Paese chiave da corteggiare è il Kazakstan, uno dei più rilevanti sul piano strategico della regione e, soprattutto, il più vasto e ricco di risorse minerarie.

Un do ut des strategico

Ai Paesi centroasiatici gli Usa possono offrire risorse economico-finanziarie e copertura politica per progetti congiunti, oltre che una nuova alternativa di investimento e partnership capaci di farli uscire dal dualismo russo-cinese e consentire loro di trattare accordi e cooperazioni con i due riluttanti alleati nel pieno del potere contrattuale.

Per Trump e gli Usa si tratta invece di consolidare la strategia geoeconomica di rilancio dell’influenza americana e di potenziare gli accordi mirati con cui la superpotenza vuole tutelare i suoi approvvigionamenti critici e, dunque, la sua capacità di competere proprio con Cina e Russia su scala globale. Poterlo fare direttamente dal cortile di casa dell’Eurasia profonda aggiungerebbe un ulteriore, ghiotto dividendo a questo investimento politico. Il summit della Casa Bianca si avvicina dunque con grandi aspettative e potenziali cambi di scenario all’orizzonte.

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