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Politica

Sei anni dopo i Gilet Gialli tornano in piazza contro Macron

Nella giornata di sabato 16 novembre i “Gilet Gialli” sono tornati in piazza in oltre 80 città della Francia per celebrare il sesto anniversario del primo fine settimana di mobilitazioni che, tra il 2018 e il 2019, avrebbe portato a...

Nella giornata di sabato 16 novembre i “Gilet Gialli” sono tornati in piazza in oltre 80 città della Francia per celebrare il sesto anniversario del primo fine settimana di mobilitazioni che, tra il 2018 e il 2019, avrebbe portato a una grande spaccatura nel Paese, paralizzando puntualmente Parigi e le altre grandi città e mostrando il malessere profondo della Republique. Nonché lo scontento generalizzato verso un presidente, Emmanuel Macron, accusato di essere elitista, distante dalla popolazione e di governare solo per conto dell’alta borghesia parigina.


GUARDA IL REPORTAGE: GILET GIALLI, UN ANNO DOPO


Le proteste che per diciotto settimane di fila videro mobilitati i protestanti auto-organizzatisi a partire dal web nella più moderna rappresentazione delle jacquerie che spesso hanno portato a rivoltarsi gli abitanti della Francia periferica contro il potere costituito nascevano da esigenze concrete. Tanto che a fare da miccia fu la proposta di Macron di un’ecotassa sui carburanti percepita come ingiusta dagli abitanti delle periferie. Mesi di mobilitazione, scontri con la polizia e diverse violenze (12 i morti) spinsero Macron alla ritirata sull’ecotassa, ad alzare a 10 euro all’ora il salario minimo, al congelamento per diversi mesi dei rincari sull’energia.

Sei anni dopo, i Gilet Gialli sono tornati in piazza in una Francia che è oggi il malato d’Europa e in cui per molti cittadini la protesta pubblica è parsa una delle poche platee in cui far sentire la propria voce. Lo si è visto nel 2023 con la rivolta contro la riforma delle pensioni di Macron o ancora prima con le proteste anti-lockdown ai tempi della pandemia. La Francia periferica che si percepisce dimenticata si sente ancora lontana dalle roccaforti del potere. Macron è stato riconfermato nel 2022 alle presidenziali prima di subire una dura scoppola alle Europee di giugno, in cui il Rassemblement National è divenuto il primo partito, e di veder ridimensionato profondamente il peso della sua coalizione liberale alle politiche di luglio. La rivolta contro la “macronia” è per molti osservatori l’onda lunga delle proteste dei Gilet Gialli, alla cui materializzazione non hanno certamente contribuito le complesse architetture politico-elettorali francesi, che hanno portato la protesta ad essere assorbita da un lato dalla caccia strumentale ai consensi del partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella, senza sfogo istituzionale, e dall’altro dalla tendenza all’arroccamento del potere transalpino.

Il neo-primo ministro, Michel Barnier, guida un governo di minoranza che unisce centrodestra moderato e macroniani sub iudice dei voti lepenisti. Una soluzione articolata a cui l’ex capo negoziatore della Brexit, esponente del partito gollista dei Repubblicani, intende imporre un’azione esecutiva chiara fondata sulle richieste del “Grande Dibattito” nazionale convocato da Macron in risposta alla protesta dei Gilet Gialli. Sulla carta dovrà parlare di potere d’acquisto, sicurezza economica, sviluppo. Temi che scottano oggi che la Francia è il “malato d’Europa” sul fronte del debito e dell’instabilità politica anche perché negli anni scorsi c’è stata poca volontà di ricucire gli strappi. E che la protesta dei Gilet Gialli ha contribuito a far emergere con forza.

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