I giapponesi hanno scelto, ancora una volta, Shinzo Abe e la sua politica. Tornato ieri, 10 luglio, alle urne per le elezioni dei membri della Camera alta, la maggior parte del popolo giapponese ha deciso di affidarsi al Partito liberaldemocratico (Lpd) del premier Abe e ai suoi alleati del Komeito, garantendo ad Abe i due terzi dei seggi e una super-maggioranza in Parlamento, alla quale puntava dall’inizio del suo mandato. L’obiettivo? Modificare la Costituzione.Per approfondire: Il Giappone contro i privilegi UsaInfatti, controllando i due terzi dei seggi di entrambe le Camere parlamentari, Abe nei prossimi mesi potrebbe avviare legittimamente un processo di riforma costituzionale. La modifica della Costituzione “pacifista” è uno dei capisaldi della Abenomics, la politica del premier. Eppure, durante la campagna elettorale, scrive il Guardian, i liberaldemocratici e il loro segretario hanno “accennato appena” al progetto di riforma costituzionale, puntando su economia e politiche sociali. Fumo negli occhi degli elettori? Forse.E più che riformare interamente la Carta costituzionale, Abe vorrebbe modificare principalmente l’Articolo 9, imposto settant’anni fa dagli americani, che vieta al Giappone di considerare la “guerra un diritto sovrano della nazione”, di risolvere le proprie controversie internazionali utilizzando la forza, oltre a limitare l’utilizzo delle forze armate ad uso esclusivamente difensivo. Il nono Articolo è l’emblema del controllo statunitense nella vita politica nipponica.E a svincolarsi da essa Abe ha iniziato sin dallo scorso anno, attraverso una legge che permette l’utilizzo delle Forze di Difesa nipponiche all’estero e all’avvio all’aumento della spesa pubblica per le forniture di armamenti. Un cambio di rotta che, quasi certamente, non è passato inosservato da Washington. E che ora pare concretizzarsi maggiormente, dopo la schiacciante vittoria alla Camera dei consiglieri.Per approfondire: Le proteste dei giapponesi contro i militari UsaRiformare la costituzione significherebbe rivoluzionare il modo di pensare dei giapponesi negli ultimi settant’anni. E sarebbe necessario un percorso parlamentare lungo e faticoso che, sebbene sostenuto dai quattro partiti di maggioranza, incontrerebbe sicuramente l’ostilità dell’opposizione. E forse, dicono alcuni sondaggi apparsi sull’Asahi Shinbun, anche della maggior parte della popolazione. Infatti pare che il 52% dei giapponesi non sia d’accordo con la modifica costituzionale voluta da Abe. Una cosa è certa: Abe ci sta andando con i piedi di piombo. La riforma la vuole ma con solidi presupposti. Lo ha dimostrato durante la campagna elettorale, lo ha ribadito dopo il voto: “ho altri due anni per il mio mandato – ha detto Abe – la modifica della costituzione è un obiettivo del Partito liberaldemocratico, quindi voglio affrontare il problema in modo calma e ponderazione”.Effettivamente, dal 2012 ad oggi, Abe ha rivolto i suoi sforzi da premier soprattutto all’economia nipponica, colpita dalla deflazione. E, in parte, sembra essere riuscito a risollevarla. Come? Attraverso riforme strutturali e investimenti pubblici. Politica keynesiana, la chiamerebbero gli economisti. Positiva sì, ma non ha avuto i risultati sperati dall’esecutivo. E infatti Abe, per rispondere alle ultime critiche degli avversari politici riguardo il mancato raggiungimento degli obiettivi anti-inflazione e l’appiattimento della spesa dei consumatori, a breve dovrebbe ripartire con un piano di investimenti pubblici post-elettorali oltre i 500 trilioni di yen, ossia un Pil da circa 6 mila miliardi di dollari. Una volta sistemata l’economia, potrà rivolgersi alla Costituzione.

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