Il Recovery Fund non sarà la manna dal cielo che sfamerà l’Italia durante la traversata del deserto della crisi pandemica ed economica, e questo lo avevamo capito da tempo. Il piano Next Generation Eu rappresenta certamente un’opportunità per contribuire al rilancio del sistema Paese, ma anche una sfida politica importante per una classe dirigente dimostratasi molto spesso, negli ultimi anni, imbelle di fronte alla necessità di scegliere le priorità per il futuro dell’Italia.

Sorpassati dalla Spagna per risorse a fondo perduto che saremo destinati a ricevere, in ritardo sulla presentazione dei progetti, incerti sull’allocazione delle risorse i membri del governo Conte II sembrano ignorare, con qualche lodevole eccezione (Enzo Amendola lo ripete da tempo) che il processo di avvicinamento a NextGen metterà sotto stress le capacità programmatiche delle istituzioni. E il nodo cruciale, ancor prima dell’incertezza sulle tempistiche di arrivo dei 209 miliardi di euro tra prestiti e aiuti a fondo perduto, è far capire al governo che più ampia sarà la richiesta italiana di finanziamenti più importanti saranno lcondizionalità che Bruxelles chiederà in contropartita e più rilevante il potere di condizionamento di quei Paesi (Olanda in primis) che potrebbero far scattare il potere del “freno di emergenza” in caso di mancato rispetto delle stesse.

Nelle ultime settimane la pressione sull’Italia si è fatta crescente. E l’idea che quello che il Paese dovrà affrontare con la commissione von der Leyen e la “zarina” Celine Gauer sarà un percorso negoziale in salita si fa sempre meno peregrina. Specie alla luce delle nuove linee guida che prevedono una vera e propria “pagella” per il piano nazionale di ogni Paese, articolato in undici punti valutabili con tre punteggi: in ordine decrescente, A, B, C. Una sola C comporta la non ammissibilità del piano, troppe B la possibilità di ricalcolare al ribasso i finanziamenti. Molte di queste materie hanno a che fare con la certezza dei tempi di esecuzione dei progetti e con la coerenza interna del piano.

Quattro materie richiedono esplicitamente al Paese di conquistare una A, il massimo dei voti, pena la bocciatura del piano: il rispetto delle raccomandazioni Paese del 2019 e 2020, il contributo dei piani alla crescita occupazionale, l’allocazione di almeno un quinto dei fondi (20%) alla transizione digitale e la spesa di almeno il 37% delle risorse in piani per la transizione ambientale.

Il primo di questi quattro punti, in particolare, è quello da cui emergeranno le famose “condizionalità”. Che giusto nella giornata di ieri erano state citate su queste colonne in un articolo di Federico Giuliani che elencava le richieste dell’Europa all’Italia sulla base delle raccomandazioni espresse dalla Commissione a Roma negli anni scorsi: “Il taglio della burocrazia, processi più snelli, l’abolizione di quota 100 (e quindi pensioni) e un migliore ambiente per le imprese”. Misure a cui potrebbero aggiungersi ulteriori mine che l’Italia non ha mai scelto di disinnescare in passato: come possiamo ad esempio pensare che vada tutto liscio sui (magri) finanziamenti al turismo se non saranno eliminate le regole, più volte censurate dall’Ue, sulla sostanziale eternità delle concessioni balneari?

E non dimentichiamo che le raccomandazioni contenevano richiami affinché Roma tornasse a regime nel rispettare il patto di stabilità, la regola del 3% nel rapporto debito/Pil e parametri degni della più fervida fantascienza economica come l’output gap. Il sentiero del Recovery appare dunque lungo e intricato, e un governo pragmatico avrebbe dovuto prepararsi da tempo a affrontare i rischi del sentiero di riforme comprendendo il grado ottimale di finanziamenti da valutare per massimizzare l’opportunità offerta da NextGen. Il risultato? Zero. Il piano italiano è in ritardo, e come nota Repubblica in Europa tutti “sottolineano che Roma – questa era l’aspettativa della scorsa estate – in quanto primo fruitore dei finanziamenti europei sarebbe dovuta essere la prima capitale a farsi trovare pronta con il piano. E invece le bozze finora inviate a Bruxelles vengono giudicate insufficienti”.

Le prossime dieci-dodici settimane che precedono la scadenza di fine aprile rappresentano un collo di bottiglia insidioso per il futuro del Recovery Plan italiano mancando nel traballante esecutivo Conte II la certezza sia sulle priorità riguardanti i progetti sia sulle condizionalità. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue, ha recentemente attaccato in maniera scomposta l’Italia attraversata dalla crisi di governo, ma maggior tatto ci saremmo aspettati dal nostro commissario agli Affari Economici Paolo Gentiloni che, pur messo ai margini delle principali scelte strategiche dell’Europa, non perde occasione per mettere sotto pressione il governo che lo ha nominato in Ue e assieme ad esso l’intero sistema-Paese. “Vanno fatto le riforme”, ha recentemente ammonito, perché l’Italia possa cogliere “l’occasione della vita”. E viene il dubbio se pensare al fatto che per Gentiloni tale occasione coincida col piano di ripresa della nazionale oppure con la realizzazione definitiva del mantra “ce lo chiede l’Europa” la cui accettazione è presupposto per avere ogni singolo euro di finanziamento. I giallorossi, dilettanti allo sbaraglio, rischiano di arenarsi e di mettere in campo un piano autolesionista. Più che opportunità storica, in questo caso parleremmo di autogol.