Quello dell’intelligence italiana non può certo definirsi un periodo di calma piatta. E così non è, ovviamente, anche per Giuseppe Conte, visto che i problemi di intelligence e di servizi segreti rappresentano da sempre un elemento fondamentale dell’equilibrio di un governo. Soprattutto di uno come quello giallorosso, che si trova a dover fronteggiare i tempo bollenti della Guerra Fredda 2.0, in cui questa volta c’è anche la Cina.
Per il governo Conte e per tutta l’intelligence (e la diplomazia) italiana i dossier bollenti sul tavolo sono almeno tre e tutti riguardano lo scontro in atto tra Cina, Russia e Stati Uniti. Il primo, quello più recente, arriva da Napoli, dove l’arresto dell’imprenditore russo Aleksander Korshunov – fermato in Italia gli ultimi giorni di agosto su mandato statunitense – è tornato in cima all’agenda dei rapporti tra Palazzo Chigi e il Cremlino.
La Corte d’Appello del capoluogo campano ha sentenziato che non esistono ostacoli alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti. Dal momento che un tribunale dell’Ohio ha fatto partire il mandato di cattura internazionale – secondo l’Fbi l’uomo sarebbe entrato in possesso di informazioni altamente riservate su un motore prodotto da Avio Aero, la divisione italiana di General Electric Aviation System (azienda per cui lavorava Korshunov) – secondo la corte sarebbe lecito aspettarsi che sia la corta di Cincinnati a occuparsi dell’uomo.
Ma adesso, in attesa della decisione della Corte di Cassazione, la questione è passata dal profilo giudiziario a quello più marcatamente diplomatico. In questi giorni era tornato a parlare anche il viceministro degli Esteri Serghei Ryabkov, che ha dichiarato senza troppi giri di parole che Mosca si aspettava prendessero in considerazione la richiesta di estradizione in Russia. Una richiesta che la giustizia russa, formalmente, giustifica con un’accusa di appropriazione indebita, ma che chiaramente, sotto il profilo sostanziale, riguarda la volontà di non cedere agli Stati Uniti un uomo accusato di spionaggio.
L’Italia si trova al centro della sfida. Le mosse delle autorità italiane non sono certo piaciute al Cremlino, che ha registrato il fatto che la cattura di Korshunov sia arrivata in concomitanza con la visita di Mike Pompeo in Italia. Difficile credere alla casualità, più facile credere alle pressioni giunte da Washington per condurre all’arresto del russo. Uno stress test che arrivò a pochissimi giorni dall’insediamento del Conte bis e che insieme al decreto sul golden power fu il segnale di una netta presa di posizione atlantica da parte del nuovo governo giallorosso.
Coincidenza vuole che, come a settembre, anche adesso si ripresentino contemporaneamente sul tavolo di Palazzo Chigi e degli uffici della Farnesina due cosi che riguardano i nostri servizi, la guerra di spie e lo scontro tra i tre poli del mondo. La Russia torna alla ribalta con il caso Korshunov dopo che per mesi è rimasta silente, quasi scompara dai radar italiani. Mentre la Cina si prende la scena per la relazione del Copasir con cui l’organo parlamentare per la sicurezza della Repubblica di fatto ha bocciato la possibilità che la rete 5G finisca in mano a Huawei e Zte. Aziende che per i servizi segreti italiani, europei e atlantici sono di fatto le pedine di Pechino per penetrare le infrastrutture dell’Occidente e non aziende private qualsiasi.
I tuoni di Mosca sul caso Korshunov diventano i pericolosi ruggiti del Dragone nei confronti del 5G italiano. Anche in questo caso, i servizi segreti e la diplomazia italiana si trincerano dietro giustificazioni vali nella forma e chiare nella sostanza (l’appartenenza all’asse atlantico e l’alleanza con gli Stati Uniti). Ma da un punto di vista politico, le cose cambiano. E gli appoggi internazionali di Conte (soprattutto del bis) a questo punto rischiano di essere minati almeno da Oriente. Donald Trump ha voluto garanzie e le ha ottenute. Forse anche sulla questione Russiagate, visto che i viaggi di William Barr e dei suoi fedelissimi a Roma hanno condotto ad alcuni risultati utili alla contro-inchiesta americana sulle origine dello “scandalo russo”. Ma adesso Conte si trova tra due, anzi, tra tre fuochi. Gli Stati Uniti sono un alleato esigente che non disdegna di fare la voce grossa, mentre Mosca e Pechino sono particolarmente contrariate. La Cina pensava di aver trovato una facile sponda nel Mediterraneo, ma il blocco sul 5G è un colpo importante, e ora bisognerà vedere come di declinerà la Nuova Via della Seta di Di Maio e Partito democratico. Vladimir Putin ha sempre guardato con freddezza al Conte bis: e questo affare Korshunov potrebbe non avere effetti secondari nei rapporti con Roma.
L’impressione è che Conte adesso abbia davanti tre dossier che rappresentano un complesso meccanismo internazionale in cui è difficile trovare una quadra senza colpire dei rapporti. Da una parte ci sono gli Stati Uniti, che vogliono che la Cina resti fuori dalle infrastrutture italiane e che gli agenti russi siano bloccati da Roma. Da una parte c’è la Cina, che si è visto bloccare l’avanzata di Huawei e Zte e che adesso spera nello sblocco della Via della Seta. Infine la Russia, che con la nostra intelligence tratta non solo il caso Korshunov ma anche dossier ben più importanti, fra cui le minacce nel Mediterraneo orientale, in Libia e che cura con Roma rapporti fondamentali sul fronte energetico. Conte deve scegliere: ma sarà in grado di fare la scelta migliore? Intanto da Oriente arrivano segnali poco incoraggianti. Mentre gli Stati Uniti guardano con sospetto ogni mossa.
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