Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

L’uscita di Fidesz, la formazione conservatrice del premier ungherese Viktor Orban, dal Partito popolare europeo ha cambiato notevolmente gli equilibri e le carte in tavola nella definizione dell’evoluzione del partito di maggioranza relativa al Parlamento europeo che dal 2004 esprime il Presidente della Commissione, prima con José Barroso (2004-2014) e poi con Jean-Claude Juncker (2014-2019) e Ursula von der Leyen (dal 2019).

Il Ppe, partito-guida dell’Unione Europea, è stato storicamente contraddistinto da diverse anime complementari: a una componente di stampo democristiano che risale alle sue origini (la formazione è stato di fatto modellata su ispirazione della nostra Dc e della Cdu/Csu tedesca) si aggiungono un’anima legata al centrodestra liberalconservatore europeo (di cui la classica espressione sono partiti come Forza Italia, il Partito Popolare spagnolo e la greca Nuova Democrazia), battitori liberi come i Repubblicani francesi e formazioni di stampo maggiormente conservatore e identitario, legate principalmente ai Paesi dell’Europa centro-orientale entrati nell’Ue dal 2004 in avanti. Di cui Fidesz è il partito-guida, ma tra cui spiccano anche partiti come Sds, formazione del premier sloveno Janez Janša. Un ensemble tutt’altro che incoerente, in cui sono a lungo coesistite diverse spinte ideali legate a un europeismo attento ai valori identitari e storici del Vecchio Continente e a principi-cardine geopolitici quali l’atlantismo. Ma messo sotto pressione negli ultimi anni dall’apertura di diverse faglie interne all’Unione: dallo scontro tra la Commissione e i Paesi di Visegrad all’avvio delle sirene sovraniste e populiste.

L’uscita di Fidesz segna in tal senso un punto di svolta per il futuro del Ppe perché imporrà alle formazioni che ne fanno parte una scelta sulla rotta futura: consolidare l’asse con socialisti, verdi e liberali che oggi governa l’Ue? Compattarsi come formazione legata al centro-destra popolare, liberale e conservatore dei Paesi dell’Europa occidentale e accettare che i Paesi della “nuova Europa” vedano i loro partiti (e i loro proficui consensi) toccare altre formazioni come il gruppo dei Conservatori e Riformisti? Domande legittime a cui si aggiunge la possibilità che nella presente legislatura il Ppe cerchi altrove i voti perduti con l’uscita di Fidesz.

Un partito sembra esser stato a lungo l’indiziato numero uno: la Lega. Alleata di Forza Italia nel centrodestra italiano, forte della seconda pattuglia a Strasburgo dopo la Cdu tedesca, tra i partiti membri del governo Draghi, bendisposta al dialogo sul Recovery Fund, la fondazione di Matteo Salvini da tempo, via Giancarlo Giorgetti, ha aperto un canale di discussione con il Ppe per capire i margini di una futura adesione. Addirittura nelle scorse giornate alcune ricostruzioni parlavano del fatto che proprio l’uscita di Fidesz fosse una precondizione per l’entrata del Carroccio nel Ppe tra il 2021 e il 2022, come a voler testimoniare il definitivo distacco tra Salvini e Orban. La situazione, chiaramente, è molto più complessa.

In primo luogo perché, come ripetono con chiarezza alti esponenti leghisti, sarebbe operazione complessa e a suo modo spericolata smontare il gruppo Identità e Democrazia (Id) di cui la Lega è membro trainante. Nonostante la presenza di partner decisamente ambigui come i tedeschi di Afd e il fallimento dell’Opa su conservatori e sovranisti d’Europa di cui Salvini voleva ergersi a federatore prima del voto del 2019 il Carroccio vanta rapporti consolidati e legami di lungo periodo con i suoi alleati europei. E l’uscita di Fidesz, in tal senso, complica un eventuale percorso della Lega verso il Ppe, per il cui svolgimento figure come Giorgetti stavano già iniziando a piazzare i primi paletti.

Marco Zanni, eurodeputato leghista e presidente del gruppo Id a Strasburgo, ha parlato col Corriere del fatto che l’uscita di Fidesz apra “scenari molto interessanti” per la destra europea: “Noi con Fidesz abbiamo sempre avuto un ottimo dialogo, loro stessi ci dicono che siamo un’alternativa credibile a un Ppe sempre più sbilanciato a sinistra. Credo che per loro sia importante la base solida di Identità e democrazia a fronte di un Ppe che, comunque, perde di peso”. Zanni denuncia la presenza di un “cordone sanitario” verso i sovranisti al Parlamento europeo, ma identifica nel fatto che molte formazioni, soprattutto dell’Est, in seno al Ppe non si facciano problemi a dialogare con loro uno dei fattori importanti delle dinamiche in atto.

La realtà dei fatti parla chiaro: la Lega per passare al Ppe dovrebbe, in blocco, abbandonare il gruppo di cui è parte integrante, passare un anno di purgatorio nel gruppo dei non iscritti, senza possibilità di partecipare a commissioni e organi simili, e nel frattempo sperare in equilibri favorevoli al suo ingresso. Che, è bene sottolinearlo, non dipendono in fin dei conti che da quanto accadrà nella politica di un singolo Paese: la Germania. Essendo in via di strutturazione il processo di successione ad Angela Merkel, la Cdu/Csu corre verso le elezioni pensando di poter, con ragionevole certezza, mantenere il controllo della cancelleria con un suo esponente (il governatore bavarese Markus Soder e il neo-segretario Cdu Amin Laschet appaiono in prima fila) e con un governo che ai socialdemocratici potrà sostituire come nuovo partner i Verdi.

Per via dei tempi della politica tedesca, dunque, nessun ingresso della Lega nel Ppe e nessuna evoluzione strutturale potrà andare in scena prima che si risolvano i processi elettorali e negoziali tedeschi: per tutto il 2021, dunque, finestre di cambiamento non sembrano destinate ad aprirsi e anche dopo, se nascerà l’asse tra centro e Verdi, difficilmente questo potrà mancare di produrre esiti sul Ppe. In cui più forte sarebbe la spinta a cercare sponde con gli ecologisti, destinati ad aver più peso per la crisi strutturale di buona parte dei partiti del centro-sinistra riuniti nel Partito socialista europeo.

Il Ppe seguirà, come fatto a lungo, le rotte della Cdu, così come l’Europa seguirà la Germania e per la Lega, alleata dei sovranisti di Afd, gli spazi potrebbero chiudersi. Ma a sua volta la Cdu dovrà evitare eccessivi sganciamenti dagli interessi geopolitici tedeschi: in tal senso, l’uscita di Fidesz, partito di governo di un Paese legatissimo a Berlino per ragioni economiche e industriali, complica il discorso obbligando il partito egemone della politica tedesca a scoprire maggiormente le carte. Con il rischio di provocare nuove spinte centrifughe in un Ppe che a lungo ha fatto della compattezza interna la sua forza. E il fatto che per la Lega i nuovi alleati possano arrivare non tanto per un passaggio del Carroccio fuori da Id quanto piuttosto per “scissioni” dei popolari non è, sul lungo periodo, da escludere.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY