Il 28 dicembre 2011 le strade di Pyongyang sono affollate da migliaia di persone. Un’elegante Lincoln Continental adibita a carro funebre trasporta la bara di Kim Jong Il verso il Kumsusan Memorial Palace, il mausoleo dove il Caro Leader riposerà per l’eternità. La neve continua a scendere fitta, e la capitale della Corea del Nord sembra un unico, indistinguibile manto bianco. Il termometro segna parecchi gradi sotto lo zero, mentre i gelidi venti provenienti dalla Siberia rendono il freddo ancora più pungente. Il convoglio funebre è guidato da un giovanissimo Kim Jong Un, giacca nera e sguardo perso nel vuoto. In sottofondo risuona il pianto collettivo di migliaia di cittadini, disperati per aver perso la loro guida politica e spirituale. In quel momento, oltre il 38esimo parallelo, tutto sarebbe cambiato per sempre.
L’errore dell’intelligence
Piccolo passo indietro. Negli ultimi anni di vita, l’ex presidente nordcoreano Kim Jong Il aveva mostrato chiari segnali di cedimento fisico. Era dimagrito e non muoveva praticamente più la mano sinistra. I servizi segreti di mezzo mondo stavano osservando con attenzione ogni minimo indizio filtrato da Pyongyang nel tentativo di anticipare, o meglio prevenire, il momento che tutti stavano attendendo: la morte di Kim.
A quel punto, nessuno aveva la certezza di quanto sarebbe successo. Gli apocalittici erano convinti che la Corea del Nord, senza la propria guida spirituale, sarebbe implosa su se stessa, tra rivolte popolari e colpi di stato ad opera dei militari. Altri analisti ipotizzavano una transizione morbida, con Kim terzo accompagnato da una figura più preparata, come lo zio Jang Song Thaek, poi estromesso dallo stesso Kim. Entrambi erano nel torto.
Kim Jong Un avrebbe subito preso le redini del Paese, dando tuttavia l’impressione, almeno in un primo momento, di voler trasformare, rivedere, modellare una nazione troppo ancorata ai canoni stalinisti di epoca sovietica. Non sarebbe stato affatto così. Ma l’errore più grande dell’intelligence occidentale non è stato quello di non aver previsto il percorso che avrebbe imboccato il Grande Leader, quanto il fatto di aver appreso della morte di Kim Jong Il dalla tv nordcoreana. E per giunta con ben 51 ore di ritardo. Un ritardo clamoroso per chi, come Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, voleva tenere sotto controllo le mosse di Pyongyang onde evitare cambi di leadership improvvisi, test nucleari a sorpresa o sussulti socio-economici di vario tipo. Risultato: l’Occidente si è ritrovato a fare i conti con un 27enne sconosciuto.
L’ascesa di Kim
Kim Jong Un ha fatto piazza pulita della vecchia guarda politica che, secondo gli analisti, avrebbe dovuto accompagnarlo nella sua rapida ascesa ai vertici del governo nordcoreano. Come ricorda il Corsera, durante i citati funerali di Kim Jong Il, il carro funebre che trasportava la salma del padre di Kim terzo era affiancato da altri sette personaggi, ovvero coloro che avrebbero formato una specie di Consiglio di tutela del giovanissimo leader. Ebbene, oggi sono tutti spariti dai radar.
Il caso più emblematico si collega al suddetto Jang Song Thaek, marito della zia di Kim Jong Un e responsabile del programma economico del Paese. Mister Jang, arrestato nel 2013, era in buoni contatti con la Cina e – si dice – avrebbe voluto spingere la Corea del Nord verso le riforme di mercato sul modello di Pechino usando Kim come una sorta di fantoccio. Gli altri desaparecidos erano quattro militari.
Il vicemaresciallo Ri Yong-ho, all’epoca capo dell’Armata popolare, qualche mese più tardi è stato misteriosamente sollevato dal comando per non meglio specificati motivi di salute. Kim Ki Nam, capo della propaganda, è stato rimpiazzato dalla sorella di Kim Jong Un, Kim Yo Jong. Il responsabile degli affari esterni, Choe Tae Bok, è andato in pensione. L’altro vicemaresciallo, Kim Yong Chun, è evaporato come neve al sole, mentre il generale Kim Jong Gak e U Dong Chuk sono stati rispettivamente sostituiti e allontanati dalle rispettive cariche. Altro che assistenza e aiuto a un presidente inesperto: nel giro di una manciata di anni, Kim Jong Un ha fatto piazza pulita della vecchia guardia.
Previsioni smentite
Negli ultimi dieci anni Kim si è ritrovato al centro di notizie, voci e indiscrezioni di ogni tipo, fake news comprese. Cominciamo dai suoi presunti problemi di salute, poi smentiti categoricamente dai servizi Usa e di Seul. Anche se il Grande Leader è apparso una volta negli ultimi 52 giorni e ha perso una ventina di chili, non ci sarebbe niente da temere. Kim Jong Un è vivo e vegeto; ogni tanto riappare per tenere discorsi e riunioni, salvo poi ritirarsi probabilmente in una delle sue residenze.
Per il resto, visto che il giovane Kim ha studiato in Svizzera e – pare – abbia avuto modo di viaggiare in Europa sotto falso nome (c’è chi parla addirittura di una “trasferta” allo stadio Meazza in San Siro per assistere a una partita dell’Inter), si pensava che la Corea del Nord sarebbe andata incontro a un graduale processo di apertura, proprio come accaduto alla Cina di Deng Xiaoping. È vero che Kim è riuscito a modernizzare Pyongyang, portando un po’ di freschezza in un sistema obsoleto, ma è altrettanto evidente che non ci sia stata alcuna trasformazione rilevante. Certo: abbiamo assistito ad esperimenti interessanti, ma niente da far gridare a possibili rivoluzioni di sistema.
Kim Jong Un, l’amante di basket – al punto da aver invitato in Corea del Nord niente meno che Dennis Rodman, ex stella dei Chicago Bulls – continua a tenere ben saldo il timone del Paese più misterioso del mondo. Chi lo avrebbe mai detto che quel giovane sconosciuto avrebbe mantenuto il controllo di Pyongyang, incontrato per tre volte Donald Trump e trasformato, di fatto, la Corea del Nord in una potenza atomica a tutti gli effetti? Nel frattempo, il partito dei Lavoratori della Corea del Nord ha convocato una riunione plenaria del Comitato centrale alla fine di questo mese per rivedere le sue politiche in vista del 2021, dato che l’economia del Paese rimane stagnante a causa della pandemia di Covid-19. Chissà che Kim non ne voglia approfittare per lanciare qualche messaggio al resto del mondo come ci ha spesso abituati.