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Politica

I dem senza onore: accusano Biden della sconfitta per non nominare Obama e Clinton

I democratici senza onore contro Biden: lo accusano della sconfitta per non nominare Obama e Clinton. E nessuna autocritica.

“Quel che importa non è vincere o perdere, ma accettare serenamente la sconfitta”: molti alti esponenti del Partito Democratico americano in questi giorni sembrano non avere in mente la celebre massima di Abramo Lincoln e stanno spostando l’attenzione verso il presidente uscente Joe Biden per il pessimo risultato di Kamala Harris contro Donald Trump.

L’affondo di Pelosi

Da ultima si è aggiunta l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi, che parlando al New York Times non ha speso una parola di critica per gli errori di Harris ma si è spinta a rinfacciare a Biden di averle lasciato il posto… troppo tardi! “Se il presidente si fosse fatto da parte prima”, ha detto Pelosi, “Kamala Harris avrebbe fatto bene e sarebbe stata più forte”.

L’ex speaker della Camera, decisiva per spingere i vertici democratici a abbandonare Biden prima del ritiro di luglio, contesta dunque al presidente un eccessivo attaccamento alla sua posizione. Critiche curiose da chi – come ha ricordato giustamente Costanza Cavalli su Liberonella notte elettorale del 5 novembre ha conquistato il suo ventesimo mandato consecutivo alla Camera dei Rappresentanti. E che vanno di pari passo con un rifiuto della lettura del senatore del Vermont Bernie Sanders, che ha notato come i democratici abbiano perso il voto operaio per essersi distanziati eccessivamente dalle esigenze della classe media e dei lavoratori, regalandoli a Donald Trump.

Nota Pelosi che per molti elettori oggi le priorità sono “armi, Dio e gay”, semplificando l’arroccamento conservatore contro ogni posizione progressista su temi sensibili. Una lettura che cozza con la complessità della situazione sociale degli Stati Uniti.

Obama “patron” della corsa di Harris

Trump ha sovraperformato in un campo di elettorato che nel 2008 era stato decisivo per l’elezione di Barack Obama, diventando il presidente eletto ad aver aumentato maggiormente la quota di consensi tra la popolazione a basso reddito e basso livello di istruzione, la più vulnerabile di fronte alle crisi politiche, sociali ed economiche degli States. Sommando a ciò lo sfondamento tra le minoranze, si ha un quadro che rende semplificatoria l’analisi di Pelosi.

A proposito di Obama, è interessante notare come sia la campagna di Harris che la “madrina” della sua ascesa a candidata, Nancy Pelosi, si concentrino su Biden, presidente che dopo la debacle del 2016 nel 2020 ha riconciliato i democratici con i lavoratori della Rust Belt e messo a terra strategie per far tornare a correre l’industria americana (“Il più progressista dai tempi di Roosevelt”, l’ha elogiato Sanders) partendo da posizioni centriste e moderate, dimenticando quanto l’afflato identitario di Harris abbia portato la vice in carica a circondarsi di altre icone del mondo democratico. Tra cui proprio l’ex presidente Obama, la moglie Michelle e l’immancabile duo formato da Hillary e Bill Clinton.

Sono stati gli Obama e i Clinton a guidare, politicamente, il sostegno a Harris. Il New Yorker ha parlato della presenza costante di Barack e Michelle a fianco di Harris, parlando di temi identitari, del possibile danno di Trump alla democrazia americana, di questioni sensibili come i diritti riproduttivi delle donne, il nodo delle minoranze, il rilancio del sogno progressista dell’America inclusiva contro la chiusura rappresentata dal trumpismo. Tutto questo mentre Harris faceva “lo stesso discorso” per tre mesi di campagna.

L’errore di puntare su Clinton

Non una buona scelta quella di focalizzare unicamente su questioni etiche e identitarie una partita dove hanno deciso soprattutto le preoccupazioni economiche della cittadinanza. Altrettanto infelice la scelta di mettere in prima fila Hillary e, soprattutto Bill Cinton in molti Stati chiave. L’ex presidente, ad esempio, l’1 novembre ha parlato in Michigan e, in quell’occasione, ha difeso la guerra d’Israele a Gaza. La campagna di Harris, puntando sul suo sostegno, ha compiuto un doppio errore: da un lato, dare il palco a chi nella Rust Belt è ritenuto l’acceleratore dei processi di globalizzazione che hanno spinto l’industria lontana dagli Stati dei Grandi Laghi; dall’altro, farlo parlare di questi temi nello Stato più arabo e musulmano dell’Unione, dove già i dem subivano duramente la rivolta elettorale dei filopalestinesi.

E ora, salvo alcuni retroscena, nessuno, fuorché Sanders, ha avanzato un’analisi lucida e concreta della sconfitta. Il Partito Democratico si è arroccato attorno alla sua élite, contro lo stesso inquilino della Casa Bianca, circondandosi della solita parata di stelle dello spettacolo chiamate a gridare ad alta voce contro il “pericolo Trump”, mentre l’elettorato guardava altrove. Serviva un capolavoro per regalare la rappresentanza dell’elettorato lavoratore, decisivo per la vittoria delle presidenziali, e del cuore post-industriale degli Usa a un miliardario palazzinaro di New York. Già nel 2016 era successo. Farlo quando contro si ha un Trump sostenuto da un esercito di miliardari e a braccetto con l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, significa aver compiuto un capolavoro di autolesionismo politico. Aggiungere a ciò lo scaricabarile contro chi quel rivale è riuscito a sconfiggerlo e si è poi spinto al ritiro dalla corsa, fa perdere onore a ogni analisi della sconfitta. E lascia pensare che difficilmente dallo schianto del 5 novembre saranno tratte le necessarie lezioni politiche.

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