Quando Barack Obama, nel suo libro di memorie A Promise Land , ripercorse le ragioni che lo avevano portato a scegliere Joe Biden come suo vice, l’espressione usata fu “He did his homework“. Un bravo scolaro, dunque, dalla lunga carriera al Congresso, un uomo mite ed esperto, estremamente resiliente-perché fiaccato terribilmente dal destino che gli portò via moglie e figlia in un tragico incidente d’auto. Ma è proprio in queste umane valutazioni che nell’ormai lontano 2008 si è andato a creare quel progressivo buco nero in cui sono rimasti intrappolati i democratici americani.
La vittoria della nomination nel 2020
Tralasciando i se e i ma su cosa sarebbe potuto accadere nel 2016, bisogna ricordare come Biden ha vinto la corsa alla nomination nel 2020. Se Bernie Sanders, Elisabeth Warren e Pete Buttigieg non si erano risparmiati per nulla durante la corsa interna al partito, Biden aveva risparmiato le forze rispetto ai suoi compagni di corsa, decisamente più energici. I primi episodi delle primarie ne furono una conferma: Nevada, New Hampshire e Iowa furono sconfitte brucianti per il candidato Biden. Fu la South Carolina ad accendere gli animi degli elettori dem, che con il contributo dell’elettorato black, conferì al futuro presidente degli Stati Uniti una poderosa vittoria. Da qui, l’abbandono della competizione da parte dei suoi rivali e l’agevole conquista della nomination che si palesò nella tarda primavera dell’annus horribilis del mondo.
Tutto il resto è già storia. Se i fatti di Capitol Hill avevano fatto ben sperare in un presidente di polso e di tutti, il pater familias in grado di lenire le ferite di una nazione divisa, Joe Biden si è presto trasformato in una sorta di meme vivente, quasi a dimostrare che “essere una brava persona” non è condizione sufficiente a guidare una potenza egemone in difficoltà. Dall’elezione drammatica che lo ha visto sconfiggere Donald Trump sono passati quasi quattro anni e da allora il Partito Democratico non è stato in grado di partorire alcuna proposta alternativa a Biden il gaffeur, costretto ad arrancare fra due enormi conflitti all’estero e una politica interna pericolosa come una pentola a pressione.
Quali alternative a Biden?
Quali sarebbero state, dunque, le alternative per i democratici, per scrollarsi di dosso l’ottuagenario vicario di Obama che non è riuscito nei suoi intenti? Un anno fa un sondaggio Post-ABC News rivelava che il 58% degli elettori democratici non volesse Biden come candidato alla presidenza. Da parte del partito, invece, si iniziava già a percepire un allineamento con l’incumbent, materializzando una strana disconnessione con l’elettorato. L’apparato del partito-che non può non subire l'”occupazione” da parte del candidato ingombrante, ha preferito, dunque, la sicurezza all’ignoto. C’è da biasimarli? Dalla prospettiva esterna ai dem, è molto facile dire “candidati alternativi“: l’opzione più saggia sarebbe quella di giungere a un ticket uomo-donna, d’età compresa fra i 40 e (non oltre) i 70, possibilmente vincitore in un swing state (o almeno rosso). Ma pur utilizzando un crivello di questo tipo a livello nazionale, i candidati papabili risulterebbero tutti semisconosciuti a livello nazionale, esponendo il partito a gravissimi attacchi: qualcuno obietterà che nel 2008 si ragionò differentemente, permettendo a Obama di diventare forte (e testato) primaria dopo primaria. Ma simili miracoli accadono una volta sola.
I dubbi su Kamala Harris
La soluzione più a buon mercato, persistente nei rumors attorno alla Casa Bianca, sarebbe stata per molti Kamala Harris. Una vice tuttavia destinata a essere meteora caduta in disgrazia. Quando venne scelta, dopo degli inizi al vetriolo con l’allora competitor Biden (arrivò ad accusarlo di razzismo, ricordiamolo), Harris incarnava tutto ciò che non era il suo presidente. Nera, sangue misto, professionista di alto profilo, ma mai confrontatasi con il test elettorale, e soprattutto senza un suo “popolo”. Se questa idea poteva ancora convincere qualcuno fino a due anni fa, dentro e fuori il partito, alcune sortite di Harris ne hanno minato la credibilità: strafalcioni, risate sguaiate, ineleganza in varie occasioni, in primis il suo viaggio di stato in Messico e Guatemala al grido di “Non venite!”. All’impopolarità del suo principale, dunque, Harris ha aggiunto la propria, diventando incandidabile a sua volta. Tuttavia, l’inossidabile n.2 alla Casa Bianca, non si arrende al suo ruolo ombra e proprio di fronte alle nuove difficoltà di Biden pare aver gettato la maschera: nei giorni scorsi, in seguito al report del procuratore Huron che ha bollato Biden come “anziano e smemorato”, Harris si è detta “pronta a servire come presidente“, mettendo sotto scacco il partito. I dem, infatti, ora si vedrebbero costretti a riconoscere alla vicepresidente una sorta di prelazione nella corsa alla Casa Bianca, qualora Biden decidesse di fare un passo indietro. Questo, del resto, la mette in diretta competizione con un’altra donna nera, Michelle Obama, sulla cui ascesa nel partito si vocifera fin dall’ultimo giorno del mandato del consorte, ma la cui attuazione è molto ben lontana dal romanzetto rosa che in molti dipingono: la sua discesa in campo, infatti, è meno agevole di quel che sembra.
La trappola Kamala Harris
Ad onor del vero, qualsiasi vicario pronto a sostituite Biden diverso da Harris equivarrebbe ad ammettere davanti alla nazione intera due aspetti gravissimi: 1) negli ultimi quattro anni gli Stati Uniti sono stati nelle mani di un anziano inaffidabile per il quale è giunto il tempo di andare in soffitta perché divenuto ormai una mina vagante; 2) smarcarsi da Harris, per i dem, sarebbe la prova di aver toppato anche sulla vice, mettendo potenzialmente gli Stati Uniti nelle mani di un’incompetente che sfiora quasi il 53% di disapprovazione. A questo si è aggiunto un panorama di “alternative” desolante, costituito soltanto dal senza speranze Dean Phillips, dalla pecora nera dei Kennedy Robert F. (poi passato agli indipendenti), e infine dalla guru del self-help Marianne Williamson. Un carrozzone sguarnito, e non solo per via della deferenza verso Biden, ma anche per l’assenza di volti carismatici che non scadessero nelle filippiche da far left alla Ocasio-Cortez. Quanto basta a far sembrare il circo degli avversari una fucina politica vivace e frizzante, e che ha cercato-suo malgrado-di tener testa all’incorreggibile Donald Trump.
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