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Nel grande scacchiere mediorientale, ogni giocatore muove le proprie pedine a seconda di  quanto un altro giocatore possa essergli più utile. È un continuo effetto domino, una catena di eventi e di scelte che tutti, prima o dopo, subiscono e se ne rendono partecipi. I curdi siriani sono per certi versi uno degli esempi più chiari di come la strategia, molto spesso, debba piegarsi più chiaramente alla tattica. L’evoluzione della situazione geopolitica mediorientale delle ultime settimane ha visto la colazione sunnita colpita, nel profondo, dalla divisione esplosa in modo cristallino tra Qatar e Paesi del Golfo – oltre a Yemen ed Egitto. L’isolamento del Qatar rappresenta non soltanto l’agnello sacrificale da esporre sull’altare della lotta al terrorismo internazionale, ma anche un tassello della più ampia campagna di assedio all’Iran sciita.Uno dei tanti effetti creati dall’espulsione del Qatar dalla colazione sunnita, ma soprattutto dl suo accerchiamento sia diplomatico che militare, è stato l’aver provocato l’intervento del maggior alleato del Qatar nel Vicino Oriente: la Turchia. L’asse tra Ankara e Doha è da sempre solida, e nelle ultime settimane, l’unico Paese a maggioranza sunnita a essersi posto a difesa dell’emirato è stato proprio la Turchia. Gli antichi rapporti di amicizia, uniti alle operazioni congiunte nella guerra siriana, hanno avuto come frutto la creazione di una base militare turca in Qatar: la prima per Ankara nel Golfo Persico. Una base che ha come scopo quello non soltanto di portare migliaia di soldati turchi in un mare d’importanza vitale per la regione come quello del Golfo Persico, ma anche, e soprattutto, lo scopo di interrompere l’isolamento diplomatico che, nel tempo, entrambi gli Stati hanno ottenuto con le loro politiche ambigue.L’effetto a catena dell’isolamento del Qatar e della rapida presa di posizione a favore dell’emirato da parte della Turchia è stata quella di aver unito, in un fronte comune, tutti i nemici della Turchia e del Qatar in un unico grande blocco. Una declinazione in chiave mediorientale del concetto del “il nemico del mio nemico è mio amico”. Ed è così, che in questo blocco, sono entrati anche i curdi siriani. Durante la visita a Washington di questa settimana, il leader curdo siriano Ilham Ahmed ha affermato non soltanto che l’Arabia Saudita sia “una potenza regionale che deve avere il suo ruolo nella stabilizzazione della Siria”, ma anche che “i curdi siriani sono pronti a collaborare con i sauditi”. In sostanza, il ragionamento fatto dai curdi è molto semplice, per quanto grave e con effetti politici devastanti: se l’Arabia Saudita si scontra con il Qatar e la Turchia, l’unica possibilità per i curdi di ottenere qualcosa dalla guerra in Siria è allearsi con i sauditi nella guerra ai turchi.Un concetto semplice che racchiude, tuttavia, tutte le tragiche contraddizioni della lotta curda in questa guerra siriana. I curdi siriani si uniscono all’Arabia Saudita, eppure l’Arabia Saudita non ha fatto altro che sostenere la Turchia ai tempi delle prime fasi del conflitto siriano e ha lasciato che lo Stato Islamico devastasse il territorio della Siria e con esso quello del Kurdistan siriano. Adesso, pur nel tatticismo tipico di ogni guerra, i curdi si trovano nel momento in cui devono scegliere, comunque, fra due Paesi che hanno sempre visto nel popolo curdo un oggetto nelle mani dell’Isis. Per i sauditi, l’Isis era un mezzo per scatenare i curdi che, a loro volta, erano un mezzo per destabilizzare la regione. I turchi, invece, da sempre, vedono i curdi come l’obiettivo reale, insieme al governo di Assad, di questa guerra in Siria. Per Erdogan l’obiettivo è sempre stato chiarissimo: eliminare i curdi. Tanto è vero che bombardava le postazioni curde anche quando queste ultime combattevano contro lo Stato Islamico.Adesso, con Raqqa accerchiata e i curdi supportati dalla colazione internazionale, l’Arabia Saudita è diventata la potenza buona utile alla stabilità della regione. Che l’incontro del leader curdo con i funzionari di Washington abbia prodotto questa dichiarazione da parte di Ilham Ahmed dimostra come gli ordini, dall’alto comando della coalizione internazionale, siano quelli di isolare Doha e contenere la Turchia, Anche a costo di vedere i curdi nelle mani di coloro che per anni ne sono stati nemici.