C’era una volta un mondo progressista che inorridiva dinanzi alle barbarie dell’Isis in Siria e Iraq contro i monumenti antichi e manufatti andati distrutti dalla furia islamista dell’organizzazione terroristica. Lo stesso mondo che ha duramente – e correttamene – attaccato il presidente Donald Trump minacciava di bombardare i tesori dell’arte e dell’architettura della Repubblica islamica dell’Iran. Lo scorso gennaio, il New York Times osservava in merito: “Le guerre e le insurrezioni che hanno colpito il Medio Oriente nell’ultimo decennio hanno prodotto non solo un orribile bilancio di morte e sfollati, ma anche una terra desolata di distruzione culturale, riducendo in macerie le porte assire di Ninive, la Grande Moschea di Aleppo e innumerevoli altri tesori, antichi e moderni. Lo scorso fine settimana – proseguiva il Nyt –  il comandante in capo americano, cercando di contenere le ricadute dell’uccisione del generale Qassim Suleimani dell’Iran, ha proclamato via Twitter che ‘se l’Iran colpisse qualche americano’, gli Stati Uniti si vendicheranno bombardano un elenco di 52 siti iraniani importanti per l’Iran e la cultura iraniana”.

Lo stesso New York Times correttamente ricordava che la mossa di Trump, qualora si fosse sciaguratamente concretizzata, sarebbe rientrata in un “crimine di guerra”, come stabilisce la Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, adottata per prevenire i saccheggi di opere artistiche intrapresi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La convenzione afferma, tra gli altri principi, che i Paesi “devono astenersi da qualsiasi atto diretto a scopo di rappresaglia contro i beni culturali”. Fortunatamente la minaccia del Presidente Usa si è limitata a una serie di tweet e non si è mai concretizzata: avrebbe rappresentato un atto barbarico e criminale, alla stregua di quelli commessi da Daesh e da al-Qaeda in Medio Oriente. Il punto è che ora i “barbari” la sinistra Usa li ha coltivati in patria. Li difende e li coccola, in nome di una lotta ideologica folle.

I crociati del politicamente corretto

Benché sia evidente che è del tutto improprio e azzardato paragonare dal punto di vista artistico e sotto il profilo del patrimonio culturale le bellezze iraniane o il sito archeologico di Palmira alle statue dei confederati americani, è altrettanto chiaro che la furia iconoclasta dei politicamente corretti non è dissimile da quella di altri fondamentalismi o dalle minacce di Trump di bombardare i siti iraniani. Come spiega il professor Massimo D’Antoni su Twitter, infatti, “voler applicare i criteri etici di oggi al passato significa mancare di senso della storia. Di solito si accompagna al fondamentalismo”. E ora che i “barbari” che sfregiano e rovesciano statue e monumenti sono i crociati del politicamente corretto, la sinistra liberal americana e occidentale, non solo non li condanna, ma li celebra. Come scrive Gurminder K Bhambra sul New York Times, a proposito  della statua di Edward Colston buttata in acqua nei giorni scorsi a Bristol, Regno Unito: “Il rovesciamento della statua di Colston ha reso possibile un dibattito pubblico sul nostro passato coloniale. Coloro che condannano le azioni dirompenti che scatenano il cambiamento dovrebbero riconoscere la violenza intrinseca del passato”.

Il punto che Bhambra ignora è che i politicamente corretti non si pongono limiti. E, soprattutto, che la storia la si discute nei luoghi deputati e non può essere appannaggio di qualche gruppetto radicale con una visione partigiana e marcatamente ideologica. Dalle statue i politicamente corretti passeranno presto ad altre opere (film, libri, ecc.) e chissà dove il condurrà quel pericoloso – e ipocrita – senso di colpa che sembra affliggere le loro esistenze. Come già rilevato su questa testata, gli attivisti cosiddetti “antirazzisti” e liberal che in queste ore stanno sfogando la propria frustrazione contro statue e monumenti in tutto l’Occidente non conoscono il significato della locuzione latina damnatio memoriae, ossia la “condanna della memoria”. Come riporta l’Enciclopedia Treccani, parliamo della condanna, che si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto. In 1984 di George Orwell quando un sovversivo viene fatto sparire dal partito, si applica la damnatio memoriae: viene cioè eliminato, da tutti i libri, i giornali, i film e così via, tutto ciò che si riferisca direttamente o indirettamente alla persona in oggetto. Citiamo un passaggio chiave del capolavoro di Orwell: “Ogni disco è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni immagine è stata ridipinta, ogni statua e ogni edificio è stato rinominato, ogni data è stata modificata. E il processo continua giorno per giorno e minuto per minuto. La storia si è fermata. Nulla esiste tranne il presente senza fine in cui il Partito ha sempre ragione”.

I nuovi fanatici della censura non conoscono la storia

Pierluigi Battista sul Corriere della Sera inquadra perfettamente i nuovi (pericolosi) fanatici della correttezza politica. “Tra i nuovi fanatici della censura, dell’iconoclastia, del rogo di libri e di film, il passato dell’arte, della cultura e del pensiero non va studiato, rappresentato, esaminato, criticato, va superato, cioè distrutto, cancellato, epurato, ricontestualizzato che è l’esatto opposto della doverosa contestualizzazione di un testo, di un’opera, di un’idea, di una parola: cioè quello che si fa normalmente senza bisogno di abbattere le statue come i talebani con quelle di Buddha o dell’Isis a Palmira”.

C’è poi un altro dato storico che gli attivisti fissati con gli “schiavisti bianchi” dimenticano – o forse non conoscono – ed è riportato nel capolavoro di Robert Huges La cultura del piagnisteo (Adelphi): “Il commercio degli schiavi africani, la tratta dei neri, fu un’invenzione musulmana, sviluppata dai mercanti arabi con l’entusiastica collaborazione dei loro colleghi neri, e istituzionalizzata con la più spietata brutalità secoli prima che l’uomo bianco mettesse piede sul continente africano; continuò poi a lungo dopo che nel Nordamerica il mercato degli schiavi era stato finalmente soppresso”. Ma è questa è storia, quella che gli iconoclasti vorrebbero eliminare, soprattutto quella “scomoda” alle loro tesi distruttive.

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