Negli ultimi anni, una corrente politica che suona come una grottesca contraddizione in termini, ha guadagnato terreno sui social: il MAGA Communism, ossia il comunismo che si sposa col movimento di Donald Trump.
Nato per gioco, nella galassia memetica, l’hashtag #MAGACommunism ha i suoi portavoce più importanti in Haz Al-Din e Jackson Hinkle, non ancora trentenni, e ha alla base l’idea che Trump sia l’unica scelta possibile per i socialisti che vogliono strappare il potere alle “élite globali” e far tornare al centro del dibattito la lotta di classe. Suona incredibile, considerando la natura ferocemente anticomunista del Make America Great Again. E ancora di più quando questo miscuglio di ideologie vuole far mandare a nozze il trumpismo, e l’ammirazione per Vladimir Putin, al sostegno per la resistenza palestinese e il regime nordcoreano. Per Vladimir Putin e per la liberazione palestinese.
Sia Al-Din che Hinkle sono stati ridicolizzati dai critici come pseudo-intellettuali, narcisisti che hanno creato engagement online con provocazioni sempre più grosse, catturando le simpatie di una gioventù a disagio nella politica tradizionale. Entrambi sono stati espulsi da diverse piattaforme social per aver diffuso disinformazione, in particolare Hinkle che continua ad avere due milioni di follower su Twitter (noto anche come X) e si photoshoppa all’interno delle foto ufficiali di Kim Jong-un, tra un post sensazionalista e uno ironico in stile alt–right.
Tra i due il teorico è Al-Din. Alla base del suo ragionamento c’è l’idea che Trump abbia cambiato in modo profondo e irreversibile la politica statunitense, favorendo una via di fuga dalla gabbia del bipolarismo: Democratici o Repubblicani, entrambi legati per decenni allo status quo. Secondo Al-Din, Trump ha creato un movimento di massa che si posiziona contro le vessazioni imposte da una cabala liberal-democratica sulla gente comune, e che rende possibile un’alleanza tra elettori che prima non si parlavano.
È vero, ammette Al-Din, che Trump è chiaramente anticomunista, ma questo è di secondaria importanza. Ciò che conta è che, attraendo il voto working class e di chi aveva perso ogni fiducia nella politica del “palazzo”, rimettendo in discussione i dogmi del “politicamente corretto” e della globalizzazione, il MAGA renderebbe possibile realizzare più trasformazioni di sinistra della sinistra stessa.
Al-Din e Hinkle, con il loro modo di intervenire nell’attualità che sa molto di cazzeggio, spiegano che il MAGA Communism non dovrebbe essere visto come un’ideologia coerente, ma come un contenitore aperto alle identità politiche più disparate, nel nome della comune lotta contro le élite. I comunisti – spiegano – devono scegliere: rimanere in spazi ideologicamente puri ma irrilevanti, soggiogati dal wokismo, oppure sporcarsi con le contraddizioni reali dell’America contemporanea. Possono, come fa già la sinistra perbene, demonizzare i sostenitori di Trump, parlando di razzismo, oppure unirsi all’unico movimento di massa anti-establishment esistente.
Delirante no, il movimento di Al-Din e Hinkle si è fatto partito vero e proprio, a luglio, battezzandosi come American Communist Party, e anche prima di allora aveva ottenuti riconoscimenti in spazi sempre più rilevanti della destra. Hinkle è stato invitato a parlare bene di Putin nello show di Tucker Carlson e ha ricevuto elogi dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn. Al-Din ha la stima del filosofo ultranazionalista russo Alexander Dugin, e lo ha incontrato a Mosca.
Forse il concetto più prossimo a questo esperimento è quello del rossobrunismo, una parola a lungo fraintesa. Formulato nelle ibridazioni caotiche tra neonazismo e sovietismo nella Russia dei primi anni Novanta, e poi entrato a far parte dell’uso comune in Italia per indicare molti ex di sinistra delusi che si sono rifugiati nei precetti della destra sociale, il rossobrunismo è stato a lungo malignato da chi lo disprezzava e da chi non voleva farselo etichettare addosso. Fino a che, più o meno in coincidenza con il Covid, è diventato qualcosa di tangibile e di concreto.
Un paio d’anni fa, la sezione milanese del Partito Comunista di Marco Rizzo non ha preso bene la sfilza di sbalorditive alleanze “al di là della destra e la sinistra” alle ultime elezioni locali del suo segretario: dai seguaci del cardinale Viganò agli euroscettici leghisti, passando per Sgarbi e Ingroia. E che dire del filosofo “studioso indipendente di Marx e Hegel” Diego Fusaro e del suo sodale Thomas Fazi, scrittore e figlio dell’editore Elidio, che hanno fatto del parlare di austerità e multipolarismo nei centri sociali neofascisti o tra i devoti di Dugin un tratto distintivo del loro essere intellettuali pubblici? Una galassia politica che ha provato a sfondare inserendo strategicamente nel suo discorso delle allusioni o riferimenti alle più note teorie reazionarie per dare segnali, attrarre, una minoranza politica politicizzata per lo più sui social. Mettendo in pratica lo stesso teorema di Al-Din e Hinkle, ma con qualche anno d’anticipo.
Se una lezione può arrivare ai comunisti trumpiani dall’Italia rossobruna, irrilevante alle elezioni e tornata marginale nel dibattito dopo qualche anno di ascesa, è che puoi unire quante identità politiche vuoi, ma prima o poi le differenze fondamentali emergono. Difficile mettere insieme le classi agiate che vedono in Trump un liberatore dalle tasse e dal wokismo nei campus e i simpatizzanti di Xi Jinping e del centralismo statalista.
Peraltro, mettere insieme i radicalizzati dalla delusione politica può ottenere l’effetto di creare una somma di estremisti che spaventa tutti: un mix del peggio di destra e sinistra, che è esattamente la rappresentazione subalterna del populismo che i media mainstream hanno creato. Va bene segnalare il dissenso rispetto alla politica impaludata nelle forme più creative, ma ci deve pur essere un limite alla fantasia.