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L’accordo sul nucleare iraniano (JPCOA) potrebbe non beneficiare del cambio di amministrazione avvenuto a Washington. La presidenza Biden ha infatti chiarito che, nonostante le insistenze di Teheran, non rimuoverà tutte le sanzioni economiche imposte dall’ex presidente Donald Trump nei confronti dell’Iran. La posizione americana, che è stata resa pubblica da un importante esponente del Dipartimento di Stato, giunge alla fine di una settimana di colloqui indiretti tra Stati Uniti ed Iran che si sono svolti a Vienna. L’obiettivo è quello di favorire una ripresa del JPCOA, caduto in disgrazia dopo la scelta fatta da Trump di abbandonare gli accordi. I colloqui sono mediati da rappresentanti esterni (europei, cinesi e russi) che fanno la spola, per ora senza molto successo, tra la delegazione americana e quella iraniana. Restano da risolvere alcune questioni chiave per sbloccare la situazione e nello specifico bisognerà vedere quali mosse dovranno essere intraprese da ciascun paese (ed in che ordine) per favorire sviluppi positivi.

Il passato ed il presente

L’accordo, negoziato nel 2015 dall’amministrazione Obama, aveva portato alla rimozione di sanzioni americane ed internazionali emesse nei confronti dell’Iran in cambio di severe limitazioni al programma nucleare di Teheran. Nel 2018 Donald Trump, dopo aver sottolineato le carenze dell’intesa, aveva scelto di abbandonarla ed aveva sottoposto l’Iran a nuove sanzioni. Teheran, per reazione, aveva poi ripreso alcune attività nucleari, tra cui l’arricchimento dell’uranio fino ad un livello di purezza del 20 per cento. L’amministrazione del presidente Joe Biden vuole ravvivare l’accordo nucleare del 2015 ma pretende anche un cambio di passo da parte di Teheran prima di rimuovere le sanzioni. L’Iran, invece, vuole che siano gli Stati Uniti a fare la prima mossa ed attende gli eventuali sviluppi. Biden, in realtà, non può essere accusato di immobilismo dato che a febbraio ha scelto di unirsi ai partner europei per dar vita ai primi colloqui con gli iraniani degli ultimi quattro anni. La squadra di Biden ha inoltre posto fine agli sforzi fatti da Trump per spingere le Nazioni Unite a reimporre sanzioni all’Iran. Le Nazioni Unite erano coinvolte nel JCPOA in quanto i tagli al programma nucleare iraniano dovevano essere supervisionati dagli ispettori dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, facente parte dell’Onu. Il timore di Washington (ma anche dell’Europa) è che Teheran possa giungere a costruire ordigni atomici in grado di distruggere Israele e più in generale di minacciare la pace e la stabilità del Medio Orient. L’Iran sostiene, invece, che il  programma nucleare ha scopi eminentemente pacifici.

Cosa può succedere

Alcuni indizi sembrano indicare che il momento della verità potrebbe essere vicino. I moderati iraniani devono sfruttare una delle loro ultime occasioni per riappacificarsi con il mondo occidentale e gli Stati Uniti possono provare a risolvere, con il minimo sforzo, una significativa crisi di politica estera. L’Iran, malgrado la recente intesa siglata con la Cina, vuole che siano rimossi tutti i blocchi alla propria economia mentre Biden è motivato a portare a casa un buon risultato. Sulla carta, dunque, l’impresa è alla portata di tutti ed il lieto fine sembra già annunciato. Ci sono, però, alcuni fattori che potrebbero sparigliare le carte in tavola. In primis bisognerà vedere come si comporteranno la Cina e la Federazione Russa, presenti a Vienna insieme a Francia, Germania e Regno Unito. Mosca e Pechino sono realmente interessate ad una normalizzazione tra Teheran e Washington oppure preferiscono che tra le due capitali le acque continuino ad essere agitate per poter agire come elementi di disturbo? Questo punto è ancora da chiarire. A suscitare interesse sono anche le possibili fratture interne all’apparato di potere iraniano, tutt’altro che monolitico e diviso tra falchi e colombe. I primi non intendono in alcun modo avvicinarsi a Washington mentre le seconde sono più pragmatiche ma anche più deboli ed hanno meno presa sul nucleo fondante dello Stato iraniano. Gli equilibri interni di Teheran, come in una complessa partita a scacchi, potrebbero far pendere la bilancia da una parte o dall’altra ed aprire la strada a nuovi scenari.