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Un governo di unità nazionale ben conscio delle sue prerogative e nato in sinergia con il Quirinale; una squadra tecnico-politica fondata sulla volontà di cooptare figure dotate di visioni politiche simili assieme a professionisti delle materie del Recovery Fund; importanti cambi ai vertici nelle società incaricate della gestione dell’economia nazionale; rilancio in seno all’equilibrio tra apparati del ruolo dello Stato, dei funzionari, dei grand commis a scapito di quello dei partiti; emersione ai vertici dello Stato di un partito trasversale e dotato di una comune cultura di amministrazione pubblica plasmato sull’esempio di Donato Menichella, Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi; avvio di un processo di normalizzazione nel rapporto tra politica e servizi segreti; rilancio del posizionamento italiano all’interno dell’asse euroatlantico come attivo attore protagonista. I primi cento giorni dell’era di Mario Draghi alla guida del governo italiano hanno avviato impetuosi cambiamenti nel sistema-Paese che segnalano la volontà del nuovo esecutivo di porsi come artefice di una fase di discontinuità col recente passato.

L’impatto sistemico di Draghi

Non sono state le elezioni del 2018 e la nascita del governo gialloverde a sancire l’inizio di una nuova fase per la Repubblica. Essa è arrivata con la pandemia di Covid-19, l’apertura di fronti di crisi interni ed esterni al sistema Paese sul profilo economico, sociale, geopolitico, strategico, l’attestazione della crisi strutturale delle forze politiche rappresentative della fase della Seconda Repubblica e del bipolarismo, la magmatica emersione della necessità della Repubblica di attrezzarsi per entrare, definitivamente, nel mondo della globalizzazione. Cogliendone le opportunità e affrontandone le sfide.

Nessun complotto internazionale o nessun “Conticidio” ha condotto alla caduta dell’esecutivo giallorosso tra il dicembre 2020 e il gennaio 2021. Il Conte-bis si è accartocciato non tanto sulle pur gravi problematiche nella gestione della pandemia, evento inaudito e senza precedenti, quanto piuttosto per la totale assenza di una visione politica d’insieme, per la prosecuzione di una logica occupatoria nel rapporto con le istituzioni e il potere, per la natura zoppa di un governo nato, sostanzialmente, per evitare il voto nell’agosto 2019. Proposito costituzionalmente legittimo, sia ben chiaro, ma insufficiente per offrire una visione d’insieme al Paese.

Le beghe interne ai giallorossi, il siluramento di Conte da parte di Matteo Renzi e le dimissioni del premier hanno fatto salire in cattedra Sergio Mattarella, che chiamando al governo Draghi ha affermato i principi della sua dottrina presidenziale (rifiuto di soluzioni “al buio”, solidi riferimenti euro-atlantici, visione d’insieme legata agli equilibri tra apparati profondi e istituzioni politiche) compattando attorno all’ex governatore della Bce la nuova maggioranza. Vincolata inevitabilmente all’autorevolezza e al mandato sistemico del premier.

La ricreazione è finita

Salus rei publicae suprema lex esto. Quando il 3 febbraio scorso Mattarella ha chiamato Draghi per formare il nuovo governo ha suonato definitivamente la campanella facendo capire a tutti, nei partiti e fuori, che la ricreazione era finita. Il nuovo esecutivo nasceva dichiaratamente con fini emergenziali: risolvere il problema della campagna vaccinale, affidata alla professionalità del generale Francesco Paolo Figliuolo; elaborare i progetti del Recovery Fund, con il Piano nazionale di ripresa e resilienza che è andato oltre gli obiettivi legati a Next Generation Eu includendo anche investimenti strategici complementare in ossequio alla linea keynesiana perorata da Draghi contro la crisi del Covid-19; ricucire il clima conflittuale dominante nel Paese richiamando le forze politiche e sociali alla necessità di un nuovo sforzo collettivo nazionale per traghettare l’Italia oltre l’emergenza.

Il combinato disposto di questi elementi non ha potuto non produrre un’accelerazione sistemica delle dinamiche legate al potere in Italia. Che il partito di Draghi plasmato tra Banca d’Italia e Tesoro sa, come detto, gestire e conosce intimamente. Non a caso la fase aperta dal nuovo governo ha prodotto cambiamenti a tutto campo. Nel mondo dell’economia e della finanza, con le partecipate chiamate a un nuovo protagonismo sulla scia del vento keynesiano e con le banche che di fronte alle incertezze dell’era pandemica cercano, con la sponda dell’esecutivo, di consolidarsi attraverso cordate e fusioni, mentre Mediobanca ambisce a diventare nuovamente “salotto buono” della finanza milanese ora legato alle aggregazioni europee di Euronext; nel mondo giudiziario e della magistratura, con le componenti meno legate al giustizialismo e al giacobinismo e alla logica delle correnti che attendono la fase di normalizzazione e chiarimento che dovrà seguire al disvelamento dei casi Palamara e Amara. In una sorta di “crepuscolo degli dei” che coinvolge i protagonisti della stagione di Mani Pulite poi divenuti presenza fissa nel dibattito pubblico. Nel mondo dei media, ora più che mai messi in difficoltà dalla mancanza di riferimenti fissi nell’esecutivo in termini di posizionamento istituzionale e politico e costretti a interrogarsi sulla qualità delle proposte di analisi e visione da proporre al Paese; nel mondo della rappresentanza di categoria, con Confindustria e sindacati ora chiamati a un serio confronto e a compromessi che sappiano essere consociativi.

Rimettere ordine: quanto valso per la fase delle nomine pubbliche vale anche per le istituzioni, lo Stato, i processi interni, il funzionamento della macchina pubblica. Il mantra è chiaro, l’obiettivo è permettere agli apparati che compongono e guidano il sistema-Paese di potersi concentrare sulla gestione effettiva del potere piuttosto che sulla sua occupazione. I processi di rilancio dell’economia, i piani sanitari, la transizione ecologica e digitale, strategie di prospettiva riguardanti tematiche scottanti quali istruzione, famiglia, natalità, il rafforzamento dell’apparato pubblico, l’inclusività dello sviluppo non possono essere appannaggio di un singolo esecutivo. All’era Draghi il compito di avviare il motore. Inaugurando un processo di evoluzione della costituzione materiale, ovvero degli equilibri formali di potere, paragonabile nell’entità a quello seguito alla fine della Guerra Fredda e allo tsunami di Mani Pulite tra il 1989 e il 1992-1994. In sostanza, nota Italia Oggi“le nomine solo semplicemente il portato di una strategia ben precisa cominciata mesi fa e che presto potrebbe vedere altri clamorosi sviluppi” nei mesi decisivi che separano il Paese dall’elezione del successore di Mattarella nel gennaio 2022.

Draghi andrà al Quirinale?

L’ipotesi che Draghi possa gestire dalla cabina di regia del Quirinale per sette anni l’evoluzione sistemica del Paese verso la vera Terza Repubblica è comunque legata alla volontà dei grandi assenti dell’attuale contesa, i partiti politici, di portare alla presidenza della Repubblica l’uomo che, in nome dell’emergenza nazionale, hanno scelto per commissariarsi. Dimostrando i limiti nella gestione del potere in fasi di crisi che riguardano la politica italiana. Draghi non può e non vuole apparire come un “Re Sole”, un Crono che divora lo spazio mediatico, narrativo e operativo dei partiti della maggioranza. Per spronare la quale dall’opposizione martella Fratelli d’Italia, partito intento in una maturazione sistemica verso una formazione di impronta primorepubblicana: inserimento in una cultura politica e in un campo chiaro, graduale attenzione alla formazione di una classe dirigente all’altezza, volontà di ottenere voce in capitolo nelle istituzioni (Copasir docet), dialogo pragmatico sui temi.

Se la Seconda Repubblica è stata avviata dalla fine dei partiti tradizionali, la Terza rischia di esser avviata proprio quando la politica vera si concentra in istituzioni chiamati a svolgerne la supplenza. Nell’evoluzione sistemica del Paese avviata dall’era Draghi i partiti devono ritrovare spazio e immaginare una rotta per il Paese, identificando spinte ideologiche, visioni e progetti concreti e non solo slogan elettoralistici. Imbarcarsi in un duello frontale col premier, ad esempio facendo valere gli spazi di manovra nel voto sul prossimo presidente Rai, appare controproducente; al contempo, la stessa decisione che il premier possa traslocare da Palazzo Chigi al Quirinale non rappresenterebbe una scelta neutra per nessuna formazione. Draghi l’alieno, Draghi l’uomo abituato a gestire il potere prima ancora che a parlare di potere, Draghi che si è dovuto abituare a prerogative più rigide dopo gli anni da dominatore alla Bce ha avviato la spinta sistemica, ma nei prossimi anni il futuro del Recovery e la programmazione della rinascita sarà compito dei partiti politici. Che non possono scomparire definitivamente: la logica dell’emergenza non può durare all’infinito, ma il cambiamento in atto è reale. E richiederà un’attenzione profonda al tema della classe dirigenti adatta per il Paese negli anni a venire.

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