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Politica

I 20 anni di Vladimir Putin alla guida della Russia

Nel 2016, Henry Kissinger consigliò al presidente Usa Donald Trump di accettare la sovranità russa sulla Crimea e di sospendere le sanzioni economiche contro la Russia. Strategia che avrebbe garantito agli Usa, secondo il consigliere anziano, di spezzare la partnership...
Il presidente russo Vladimir Putin mentre indossa un copricapo della Marina (LaPresse)

Nel 2016, Henry Kissinger consigliò al presidente Usa Donald Trump di accettare la sovranità russa sulla Crimea e di sospendere le sanzioni economiche contro la Russia. Strategia che avrebbe garantito agli Usa, secondo il consigliere anziano, di spezzare la partnership strategica tra le due potenze rivali degli Stati Uniti, Russia e Cina. La Nato, raccontò il diplomatico al Financial Times, ha commesso un errore non capendo la visione del mondo della Russia e ciò che per Mosca è visto come una sfida alla sua identità. “Putin è stato provocato?”, chiede l’intervistatore. “Non penso che Putin sia Hitler”, risponde Kissinger. “Viene più da Dostoevskij”.

In pochi avevano sentito parlare di Vladimir Putin quando il 9 agosto del 1999, vent’anni fa, venne nominato premier dall’allora presidente Boris Eltsin. E con la velocità con cui cambiavano i premier in quel periodo di instabilità in Russia, ancora meno persone si sarebbero aspettate che il 46enne direttore dell’Fsb, ex responsabile per le relazioni internazionali del sindaco di Pietroburgo Anatoli Sobchak, ed ex capo dell’ufficio del Kgb di Dresda, di cui si criticava la mancanza di esperienza politica, avrebbe dominato il potere dei successivi decenni. Presidente facente funzione dal 31 dicembre del 1999, quando Eltsin annunciò a sorpresa l’uscita di scena e lo chiamò al Cremlino al suo posto, venne eletto presidente per la prima volta meno di tre mesi dopo. Dopo due mandati, scambiò la carica con Dmitry Medvedev, e divenne premier. Cambiata la costituzione, si presentò per un terzo mandato al Cremlino nel 2012, e quindi vinse di nuovo le elezioni presidenziali dello scorso anno. Sono 20 anni che quello che in Occidente viene chiamato “lo zar” è protagonista assoluto della vita politica russa.

L’arrivo al Cremlino di Putin

Come racconta Hubert Seipel nel suo libro Putin. Ora parla lui, nel 1996, le cose a San Pietroburgo non si mettono bene per Putin. Le elezioni comunali sono alle porte e lui è tra gli organizzatori della campagna elettorale del sindaco Anatoli Sobchak. Il primo cittadino uscente perde per una manciata di voti. Il vincitore, Vladimir Jakovlev, collega di Putin nella precedente amministrazione, gli offre di mantenere il suo incarico come vice. Putin, fedele a Sobchak, rifiuta. E dopo qualche mese riceve un’offerta dal Cremlino e, alla fine dell’estate del 1996, si trasferisce a Mosca. Il suo ex collega di San Piretroburgo Aleksej Kudrin lavora come economo nello staff presidenziale e ha garantito per lui.

Nel luglio 1998 il presidente Eltsin deve eleggere un nuovo direttore per l’Fsb e così sceglie l’ex uomo dei servizi segreti. Vladimir Putin entra così nella ristretta cerchia del potere, e adesso incontra tutte le settimane il presidente per ragguagliarlo sulla situazione. Soprattutto, crea una nuova sezione per i reati finanziari e si impegna a cambiare le modalità delle ispezioni fiscali. Così facendo accumula le risorse che sfrutterà in seguito nella sua battaglia politica. “Era da tempo che volevo mettere un po’ d’ordine”, dice Putin. “Lo Stato era evanescente, sembrava non esistesse affatto”.

La guerra agli oligarchi

Putin, che è un realista conservatore, un politico che crede fortemente nel ruolo centrale dello Stato, sapeva perfettamente che non sarebbe riuscito ad operare in piena liberà se non avesse limitato il potere degli oligarchi che dopo il crollo dell’Unione sovietica aveva acquisito un potere enorme, soprattutto nei mezzi d’informazione.

Come racconta l’ambasciatore Sergio Romano nel suo libro Putin e la ricostruzione della grande Russia, il presidente russo “aveva già vinto un’altra guerra, forse più importante per le sorti del Paese. Aveva sgominato gli oligarchi con un argomento che si dimostrò, nella maggior parte dei casi, imbattibile. Li convocò al Cremlino e disse loro che avrebbero potuto continuare a gestire i loro affari a due condizioni: pagare le tasse e smetterla di manipolare i mezzi di informazione. Putin non aveva torto”, afferma Romano, che aggiunge: “Mentre la nuova intelligencija deplorava lo stile autoritario del presidente uscito dal Kgb e sognava una democrazia occidentale, la grande massa dei russi salutava con piacere il nuovo Cremlino”.

Dallo “stato fallito” alla ricostruzione

Uno Stato fallito, evanescente, dove un’oligarchia ristretta si spartisce ciò che rimane della superpotenza sovietica. È esattamente in quelle condizioni disastrose in cui il 31 dicembre 1999 Eltsin si dimette prima della fine del manto e nomina Putin suo successore. Nel 1989, prima del crollo dell’Unione sovietica, soltanto il 2% dei russi viveva al di sotto della soglia di povertà, fissata a due dollari al giorno. Un decennio dopo la percentuale è aumentata arrivando a toccare quasi un quarto della popolazione, mentre oltre il 40% dei russi si sostenta con meno di quattro dollari al giorno. Più della metà dei bambini vive povertà, mentre l’industria russa produce il 68% in meno rispetto a dieci anni prima. Per giudicare l’operato di Putin, dunque, bisogna partire da questi dati.

Sul fronte economico, come osserva Foreign Affairs, fin dall’inizio del suo governo, Putin e l’élite russa hanno dato generalmente la priorità al pagamento dei propri debiti, a mantenere bassi i deficit e a limitare l’inflazione. Essendo passati attraverso i devastanti crolli del 1991 e del 1998, i leader russi sanno che le crisi di bilancio e le inadempienze nel pagamento dei debiti possono distruggere la popolarità di un Presidente ed anche abbattere un regime, come hanno scoperto sia Mikhail Gorbaciov sia Boris Eltsin. La logica seguita dal Cremlino è quella secondo cui il popolo vuole la stabilità economica sopra ogni altra cosa. Le élite russe, nel frattempo, sanno di avere bisogno di stabilità per mantenersi al potere.

Come sottolinea Gennaro Sangiuliano nel suo libro Putin. Vita di uno zar, negli anni successivi al 2000, l’economia della Russia cresce come non mai nella sua storia: nei primi otto anni di presidenza Putin non solo il Pil è aumentato del 70% ma la nuova ricchezza si è distribuita perché il livello di vita dei russi è raddoppiato: “A partire dal 2000, l’economia della Federazione russa ha intrapreso un sentiero di crescita stabile e sostenuta, ancora una volta trainata dal comparto petrolifero (più 6,5 annuo per cento medio annuo): nel 2005 il Pil ha raggiunto quota 102% del valore del 1990, mentre la produzione industriale quella del 73%”.

Gli ultimi anni sono quelli più difficili per l’economia russa. Come riporta Business Insider, fra il 2015 e il 2018 l’economia della Federazione russa ha visto la crescita al tasso annuale dell’1,5% ma, nel medesimo lasso di tempo, ha anche registrato un calo dei redditi disponibili reali del 10,7%, lasciando circa il 13% della popolazione russa sotto la soglia ufficiale di povertà e portando alla chiusura di circa 600mila attività. Secondo il ministro per lo Sviluppo economico russo, Maxim Oreshkin, l‘economia russa entrerà nella fase finale e ribassista del suo ciclo già nel secondo semestre di quest’anno, a causa dell’atteso tonfo delle spese per consumi personali a livello interno ma, proprio per l’indebitamento massiccio del settore privato, dovrà fare i conti entro il 2021 con una crisi economica strutturale, “dalla quale non si potrà uscire in maniera indolore”.

Dalla Siria all’annessione della Crimea

In Medio Oriente e in Nord Africa e in generale nelle relazioni internazionali, la Russia di Vladimir Putin ha adottato un approccio realista basato sull’interesse nazionale e sull’equilibrio di potere. Nel 2015 Mosca è intervenuta militarmente a sostegno del presidente siriano Bashar al Assad sia per l’importanza strategica della base navale russa di Tartus sul Mediterraneo sia per scongiurare la destabilizzazione di un Paese che fu tradizionalmente alleato del Cremlino sin dai tempi dell’Unione Sovietica. Con la vittoria sul campo di Assad, Mosca ha ristabilito, una volta per tutte, il suo status di potenza regionale.

Nonostante l’intervento a favore di Damasco insieme all’Iran e al mondo sciita, la Russia di Putin ha sempre mantenuto ottimi rapporti con Israele e con le monarchie del Golfo, che hanno finanziato la cacciata di Assad dal 2011 in poi. Con la vicenda della Crimea – la penisola che si allunga nel Mar Nero – annessa dalla Russia tra febbraio e marzo 2014, subito dopo la Rivoluzione ucraina e la cacciata del presidente filo-russo, democraticamente eletto, Viktor Yanukovich, si è aperta di fatto una crisi con l’Occidente con il governo di Kiev sostenuto dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Il 16 marzo del 2014, mentre la Crimea era dunque occupata da truppe russe, si tenne un referendum per l’annessione alla Federazione russa, dove i “sì” hanno vinto con quasi il 97% dei voti. Il 18 marzo Putin ufficializzò l’annessione e la creazione di due nuove province all’interno della Federazione russa.

L’Occidente ha addossato le colpe della crisi in Ucraina “all’aggressività della Russia” ignorando le ragioni del Cremlino che aveva visto minacciati i propri interessi strategici con il pericoloso allargamento a est della Nato. Come spiegato dal professor John Mearsheimer, tra i maggiori esperti mondiali di relazioni internazionali, in un articolo pubblicato nel 2014 su Foreign Affairs: “Immaginate l’indignazione americana se la Cina avesse costruito un’impressionante alleanza militare, e cercasse di includervi Canada e Messico. La tripla iniziativa politica dell’Occidente – allargamento della Nato, espansione dell’Ue e promozione della democrazia – hanno aggiunto benzina su un fuoco che aspettava di accendersi”. Inoltre, come spiega Sergio Romano, “per i russi l’Ucraina non è un Paese straniero. È la terra in cui sono depositate le radici culturali e religiose della loro storia; e ha con la Russia, per molti aspetti, un rapporto simile a quello della Scozia con l’Inghilterra”.

Una visione che gli europei e gli statunitensi continuano a non voler comprendere poiché vorrebbero che la Russia fosse una democrazia liberale di stampo occidentale: per questo vedono in Vladimir Putin una minaccia al proprio modello e un pericoloso leader autoritario. Ma una democrazia liberale difficilmente potrà mai nascere e poggiare su un enorme spazio geografico popolato da una moltitudine di gruppi nazionali e religiosi: rischierebbe di implodere su se stessa.





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