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Umberto Rapetto è un ex generale della Guardia di Finanza, in congedo dal 2012, esperto di frodi telematiche e sicurezza cibernetica. In un articolo apparso sul sito Infosec, il generale ci spiega che lo scontro tra gli Stati Uniti e il colosso dell’informatica cinese, Huawei, non è stato affatto originato dall’amministrazione di Donald Trump bensì pone le sue radici nel passato.

Un passato abbastanza remoto a quanto sembra. La prima controversia legale che coinvolge Huawei negli Usa, e che riguarda un caso di spionaggio industriale, è datata giugno 2003, quando lo Studio Ovale della Casa Bianca era occupato da George Bush Jr.

Rapetto ci ricorda, infatti, che in quella occasione la società cinese è stata chiamata a comparire davanti alla Corte di Giustizia del Texas per aver violato segreti produttivi e opere tutelate dal diritto da parte di Cisco Systems, con sentenza numero 266 F. Supp. 2d 551 (2003).

Secondo quanto stabilito dal tribunale texano, e riportato all’epoca da diversi media, Huawei ha copiato un “codice” di un programma della Cisco violando così la proprietà intellettuale di cinque brevetti dell’Internetwork Operating System (Ios) della società americana.

La società di Shenzen ha successivamente ammesso di aver copiato “un pochino”, affermando, post sentenza, che la copiatura è stata compiuta “inavvertitamente” e che riguarda “molte meno linee di codice rispetto a quanto dichiarato da Cisco”. In aula Huawei ha anche ammesso che un dipendente, la cui identità non è stata accertata, avrebbe casualmente inserito nel software trentamila righe di codice copiate dal programma della società statunitense. Il file incriminato, memorizzato su disco, sarebbe poi passato di mano in mano impedendo così ogni possibile ricostruzione della responsabilità originale dell’azione di “spionaggio”.

Il generale ci ricorda anche che, molto più recentemente, il ricorso presentato da Huawei per la ben nota sentenza di messa al bando dei suoi sistemi dagli apparati della pubblica amministrazione americana – quindi compresi quelli molto sensibili della Difesa – è stato respinto.

Il magistrato, Amos Mazzant, ha ritenuto infatti che la richiesta di incostituzionalità avanzata dai cinesi non sia ammissibile in quanto a Huawei viene comunque garantito il diritto di vendere i suoi prodotti a clienti privati negli Stati Uniti, e a chiunque nel mondo.

Non è certo l’unico caso, quello di Huawei, di spionaggio industriale che fa capo in qualche modo alla Cina, ma di certo è uno dei pochi di cui si ha la certezza provata e provabile. Nel recente passato Airbus, il colosso europeo a trazione franco-tedesca leader nel campo delle costruzioni aerospaziali, è stato colpito da una serie di attacchi da parte di hacker che hanno preso di mira i suoi fornitori per cercare di carpire segreti tecnici.

L’obiettivo degli hacker, questa volta, ha riguardato principalmente il settore motoristico di Airbus, gestito dalla britannica Rolls Royce, e la fornitrice di componenti alari francese Expleo, oltre ad altri fornitori d’oltralpe.

Il gruppo, infatti, è stato a lungo considerato un bersaglio allettante a causa delle tecnologie d’avanguardia che lo hanno reso uno dei maggiori produttori di aerei commerciali, tanto da essere diventato proprio quest’anno il primo produttore di aerei civili al mondo (superando la Boeing), nonché un fornitore militare di importanza strategica. Airbus è molto attiva anche nel campo della Difesa con sistemi radar, sensori di vario tipo, avionica e apparati Ecm oltre che costruire Uav, elicotteri e velivoli da trasporto come il nuovo A400M Atlas.

Gli hacker, come hanno riportato diverse fonti, erano interessati ai documenti tecnici correlati coi processi di certificazione per diverse parti dei velivoli Airbus, inoltre parecchi documenti rubati riguardavano proprio gli innovativi motori a turboelica del trasporto militare A400. Segnalato anche una intrusione nel database del sistema di propulsione del velivolo civile A350, così come in quello dei suoi sistemi avionici deputati al suo controllo in volo.

Parecchie fonti ritengono che un gruppo di hacker, noti come Apt10, riconducibili al Partico comunista cinese, siano i responsabili dell’attacco informatico ad Airbus: secondo gli Stati Uniti il gruppo sarebbe legato ai servizi di intelligence militare cinese. Lo stesso gruppo che è stato citato esplicitamente anche da un recente rapporto della Difesa francese, che ventila anche la possibilità, per nulla remota, che possa venire messo in atto un attacco massiccio alle reti cibernetiche, una sorta di cyber Pearl Harbor, capace di mettere in ginocchio sistemi informatici nazionali e le stesse griglie energetiche.

Ovviamente la Cina non è l’unico attore che si dedica allo spionaggio industriale, al sabotaggio delle reti informatiche e alla cyber warfare. Altri attori, più o meno grandi, del panorama internazionale hanno dimostrato di essere parecchio attivi in questi settori, perfino arrivando a spiare e carpire segreti industriali ai propri alleati, come è stato fatto più volte in passato dagli stessi Stati Uniti. Proprio recentemente è emerso quello che, per gli addetti ai lavori, è sempre stato un segreto di Pulcinella: Washington, attraverso i suoi servizi di intelligence ma non solo, ha spiato i suoi alleati per più di cinquantanni, e in parecchi casi questa attività era rivolta non al controllo delle attività militari o della politica, ma per carpire segreti industriali, attività, quest’ultima in particolare, che non si è affatto conclusa col finire della Guerra fredda.