“È stato colpito il cuore dell’industria energetica del regno”. Così Bloomberg ha sintetizzato l’attacco compiuto dai ribelli Houthi contro due centri (ad Abqaiq e a Khurais) della compagnia petrolifera saudita Aramco. Un attacco che ha messo in ginocchio il Paese – è stata infatti dimezzata la produzione di greggio del regno – e che ha palesato ampie falle nel sistema di difesa di Riad.

In molti si stanno infatti chiedendo come mai i droni pilotati dagli Houthi non siano stati intercettati, considerando soprattutto il fatto che le zone colpite distano solamente 50 chilometri dal Bahrein, dove è presente la Quinta flotta americana. Qualcosa, dunque, è andato storto. Ma cosa?

Rispondere a questa domanda non è affatto facile in quanto non è ancora chiaro cosa sia successo e, soprattutto, nessuno sa ancora da dove siano partiti i droni. C’è chi parla di Yemen, chi di Iraq (che ha però smentito ogni accusa), chi di Iran (che dice di non c’entrare nulla in questa vicenda) e chi, come il New York Times, nota come i droni possano esser partiti all’interno degli stessi confini sauditi. Sia come sia, ci troviamo di fronte a un vero e proprio smacco per i sauditi, da anni impantanati nel conflitto yemenita, e a un nuovo stravolgimento dei già fragili equilibri mediorientali.

I raid degli Houthi contro l'Arabia Saudita (Infrografica di Alberto Bellotto)
I raid degli Houthi contro l’Arabia Saudita (Infrografica di Alberto Bellotto)

Nei giorni scorsi, infatti, complice anche l’uscita di scena di John Bolton, si era assistito a un leggero riavvicinamento tra Teheran e Washington. Il presidente americano Donald Trump si era detto pronto a incontrare l’omologo iraniano Hassan Rouhani e sembrava aver sposato l’idea (proposta dalla Francia) di una linea di credito da 15 miliardi in favore del regime degli ayatollah per provare a salvare l’accordo sul nucleare. Ora quest’ultima ipotesi sembra essere passata in secondo piano e l’Iran ha appena confermato che non ci sarà alcun incontro tra Trump e Rouhani a margine della prossima assemblea generale della Nazioni Unite. Ma come si è alzata la tensione diplomatica tra Teheran e Washington?

A partire della notte dell’attacco si è assistito a un irrigidimento delle posizioni degli Stati Uniti, pronti ad appoggiare una risposta dei sauditi contro gli Houthi. Il presidente americano ha avuto un colloquio telefonico con il principe ereditario Mohammed Bin Salman, al quale ha assicurato di voler collaborare “con tutti i mezzi favorevoli a mantenere la sua sicurezza e stabilità”. Poco dopo, il segretario di Stato Mike Pompeo ha accusato l’Iran di avere ordito l’attacco contro i centri sauditi: “Teheran è dietro a quasi 100 attacchi in Arabia Saudita mentre Rouhani e Zarif fanno finta di impegnarsi nella diplomazia”. Pompeo ha poi proseguito dicendo che “gli Stati Uniti lavoreranno con i nostri partner ed alleati per garantire che il mercato energetico rimanga rifornito e che l’Iran venga considerato responsabile per questa aggressione”. Alle parole del segretario di Stato americano ha risposto il portavoce del ministro degli Esteri iraniano Abbas Mousavi: “Tali accuse e osservazioni sterili e indiscriminate sono incomprensibili e insensate”, utili solamente per preparare il terreno “a una serie di misure ostili in futuro”. Lo stesso portavoce ha affermato che: “Gli americani hanno adottato una politica di ‘massima pressione’, che si è trasformata in una politica di ‘massimi inganni’ in seguito ai loro fallimenti”. Stesso concetto ribadito anche dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che su Twitter si è spinto poi oltre dicendo che “Gli Stati Uniti e i loro clienti sono bloccati in Yemen a causa dell’illusione che la superiorità delle armi li condurrà alla vittoria militare. Dare la colpa all’Iran non metterà fine al disastro. Può farlo accettare le nostre proposte del 15 aprile per metter fine alle guerra e iniziare i colloqui”. Una mano tesa, dunque, per provare a risolvere una volta per tutte la guerra in Yemen e sciogliere le tensioni nella regione. 

Una regione sempre più complessa, dove i droni – e gli attacchi compiuti attraverso di essi – diventano sempre più centrali. Basta pensare a quello che è successo nelle scorse settimane in Siria, Libano e Israele. Ma non solo. Il 25 gennaio scorso le Nazioni Unite hanno pubblicato un report in cui si affermava che gli Houthi erano in possesso di droni in grado di avere un’autonomia pari a 930 miglia e che provava una realtà sottovalutata da Riad: quella che un tempo era un gruppo raffazzonato e racimolato alla bell’e meglio si sta trasformando in una vera e propria milizia in grado di impensierire uno Stato – quello saudita – che ha speso per la propria difesa 67 miliardi di dollari solamente per il 2018.

Indipendentemente dall’attacco dell’altro giorno, che ha avuto importanti ripercussioni economiche e politiche, quello che è importante notare è che il raid contro i centri Aramco ha fatto tornare indietro le lancette della diplomazia, bloccando un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran che ora sembra sempre più difficile recuperare. E questo nonostante il Medio Oriente sia terra di sorprese e il presidente americano sia sempre pronto a nuove e inaspettate aperture.