Un trionfo senza precedenti per i partiti del fronte pro-democrazia e per i candidati indipendenti ad esso legati mentre si è trattata di una cocente sconfitta per gli schieramenti più vicini a Pechino. Questi i dati emersi dagli scrutini locali che hanno avuto luogo, domenica, ad Hong Kong. Le consultazioni vertevano sull’elezione di 452 consiglieri distrettuali, ripartiti in 18 parlamentini, con ben pochi poteri politici eccezion fatta per il controllo sulle spese economiche a livello locale ed alcune altre competenze. Lo schieramento pro-democrazia dovrebbe essersi aggiudicato circa il 90% dei seggi potenzialmente conquistabili, ottenendo il controllo della maggioranza dei distretti e di conseguenza, grazie al complesso sistema elettorale locale, anche sei scranni su 70 nel Parlamento di Hong Kong e 117 su 1200 nel Comitato elettorale che elegge lo Chief Executive (il governatore) della città. Un bottino succulento destinato a preoccupare Pechino, a causa della sconfitta degli schieramenti a lei legati.

Un altro dato significativo è stata l’altissima affluenza alle urne degli aventi diritto al voto. La percentuale, infatti, è stata la più consistente dal 1997 ed ha toccato quota 69%: sin da subito interpretata come un ottimo segno per chi associava una maggiore partecipazione popolare al successo dei partiti autonomisti in città. Le consultazioni si sono svolte in un clima perlopiù pacifico mentre durante la campagna elettorale si sono registrati attacchi violenti nei confronti di diversi candidati del campo autonomista e di un candidato del fronte pro-Pechino.

Una scelta importante

I comizi elettorali hanno rappresentato anche un importante test di popolarità per la governatrice Carrie Lam, il cui disegno di legge sull’estradizione verso la Cina ha dato il via a mesi di proteste popolari e di gravi scontri tra le forze di sicurezza ed elementi della popolazione locale, tra cui ci sono anche gli studenti universitari. La governatrice ha reso noto che il suo esecutivo rispetterà i risultati elettorali, ascolterà le opinioni dei cittadini e rifletterà. La poltrona della Lam si è fatta sempre più incandescente e bisognerà vedere se la sua crescente impopolarità non porterà le autorità cinesi a fare pressioni affinché lasci il suo incarico.

Le precedenti consultazioni locali, svoltesi nel 2015, avevano visto la vittoria del cosiddetto fronte pro-Pechino, una serie di partiti politici considerati vicine alle posizioni del governo centrale e capeggiati dall’Alleanza democratica per il miglioramento ed il Progresso di Hong Kong (Dab), che da sola controlla 118 seggi su 452 mentre lo schieramento nella sua interezza aveva ottenuto circa 783mila voti. I movimenti pro-democrazia, invece, da sempre molto frammentati, non avevano superato i 540mila voti. Le cose, però, erano destinate a cambiare in questa occasione: il fronte autonomista aveva presentato candidati anche in quei seggi dove, in precedenza, il fronte pro-Pechino si imponeva per l’assenza di avversari. Spiccava, poi, l’alto numero di indipendenti che possono essere considerati vicini al gruppo di partiti anti-Pechino.

Un futuro incerto

La popolazione di Hong Kong ha reagito in maniera netta alle drammatiche vicende che la hanno vista coinvolta negli ultimi mesi: la radicalizzazione degli schieramenti e degli scontri ha generato maggiori simpatie nei confronti dello schieramento autonomista e pro-democrazia mentre non ha avuto luogo la disaffezione dei votanti appartenenti delle fasce più moderate dei residenti. La vittoria del fronte pro-democrazia è destinata ad avere, senza dubbio, un effetto importante sulle dinamiche politiche locali ed una vasta eco sulla stampa ed opinione pubblica mondiale e costituisce un importante segnale di cui le autorità centrali dovranno tenere conto. Sembra però improbabile, almeno in questo momento, che le richieste di fondo di una maggiore democraticizzazione della vita politica di Hong Kong possano realizzarsi: il Parlamento locale, composto da 70 seggi, vede solamente 35 scranni assegnati attraverso elezioni popolari, mentre gli altri 35 vengono nominati da un elettorato più ristretto legato a gruppi d’interesse di specifici settori economici. Il Governatore, invece, viene eletto da un Comitato elettorale composto da 1200 delegati che, per la maggior parte, sono nominati da diversi settori legati, tra gli altri, a categorie professionali. Il quadro politico di base, dunque, potrebbe permanere inalterato ancora per diverso tempo e ciò rischia di fomentare le tensioni tra Pechino, che vuole mantenere il controllo della strategica Hong Kong ed i contestatori locali che, tra le altre richieste, vorrebbero pervenire ad un suffragio universale applicato su larga scala. Il risultato elettorale, dunque, probabilmente non basterà ad innestare un profondo percorso di riforme che potrebbe sanare le divisioni e le fratture scatenatesi in mesi di violente contestazioni.

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