Cosa succederà adesso a Hong Kong? La patata bollente passa nelle mani dei manifestanti. Già, perché il governo locale, sicuramente coadiuvato a distanza dalla Cina, ha fatto la sua mossa ritirando completamente la legge sull’estradizione tanto criticata dai dimostranti. Mostrando pazienza e addirittura diplomazia, Pechino ha compiuto un passo che quasi nessuno credeva fosse in grado di fare. C’era chi ipotizzava una possibile Tienanmen due, chi da un momento all’altro ipotizzava il pugno duro dei militari cinesi e chi pensava che il Dragone non intendesse assolutamente scendere a patti con gli hongkonghesi. Invece, contro ogni pronostico, la Cina ha accolto una delle cinque richieste della piazza. La più innocua probabilmente, che tuttavia basta a relegare le autorità centrali in posizione di vantaggio. Già, perché adesso la Cina non vuole sentire storie e non intende più accettare disordini di alcun tipo.
Lo scacco matto di Carrie Lam
Il problema è che i manifestanti, partiti scagliandosi contro la legge ritirata da Pechino, hanno nel frattempo aggiunto altre rivendicazioni alla loro battaglia. Paradossalmente la richiesta esaudita dalla Cina è quella finita in secondo piano, nascosta dalle altre ben più impellenti. Gli attivisti chiedono la liberazione dei compagni arrestati durante le violenze, l’apertura di un’indagine contro i comportamenti censurabili tenuti dalla polizia nel bel mezzo dei disordini, il ritiro di Carrie Lam e, dulcis in fundo, il suffragio universale. Alla fine una parte di Hong Kong ha usato il pretesto dell’estradizione per far capire alla Cina di non voler essere soggiogata al suo sistema economico e politico. Ora, dopo settimane di proteste e oltre 1000 manifestanti arrestati, Lam ha annunciato il ritiro della controversa legge, tagliando le gambe al movimento pro democrazia.
“I manifestanti non hanno più alcun pretesto di usare la violenza”
Secondo quanto riportato dal China Daily, un quotidiano gestito dallo stato cinese, la decisione è “una risposta sincera alla voce della comunità”, che può essere interpretata come un gesto distensivo nei confronti di coloro che negli ultimi mesi, usando anche tanta violenza ingiustificata, si sono opposti al disegno di legge. Il titolo del giornale è ancora più emblematico: “I manifestanti adesso non hanno più scuse per continuare la violenza”. Con un’abile mossa diplomatica, la Cina ha dato la possibilità ai residenti di Hong Kong di sostituire l’antagonismo al confronto pacifico. Ma la piazza, a giudicare dai commenti a caldo apparsi sulla rete, non intende scendere a patti con il governo locale, considerato ancora un nemico da rovesciare.
Pechino appoggia la scelta di Lam
Carrie Lam è stata chiarissima e, all’indomani dell’annuncio del ritiro della legge sull’estradizione, ha escluso categoricamente le dimissioni dalla carica di capo esecutivo della regione amministrativa speciale cinese. “La mia posizione – ha specificato Lam – è nota da mesi. La mia squadra e io rimarremo e affronteremo i problemi con la priorità di fermare le violenze”. Il governo cinese, intanto, ha elogiato e appoggiato la decisione della governatrice locale: “In tutto il processo – ha spiegato ancora Lam – Pechino ha compreso le mie mosse. Ha rispettato la mia opinione e mi ha sostenuto nelle varie fasi”. Difficile credere all’autonomia decisionale di Carrie Lam su un tema così spinoso. In ogni caso la Cina ha giocato al meglio le sue carte. E forse è riuscita a risolvere la grana Hong Kong senza dover sparare una sola cartuccia.