Guai a sottovalutare l’eco delle proteste di Hong Kong. Lo schiaffo rimediato da Pechino dal milione di hongkonghesi scesi in piazza nei giorni scorsi può essere il classico sassolino che dà il via a una roboante valanga. Passi l’immagine parzialmente compromessa di Xi Jinping, e passino pure gli effetti che la protesta potrebbe avere su Taiwan, indiziata numero uno per emulare le gesta dell’ex colonia britannica. Ma come si mette se gli Stati Uniti dovessero utilizzare la manifestazione di Hong Kong in proprio favore, per di più in piena guerra dei dazi? In questo caso sarebbero problemi imminenti, seri, veri e non solo astratti o ipotetici.

Pechino lancia un messaggio a Washington

Il G20 di Osaka si avvicina e l’appuntamento, il prossimo 26 giugno, è da segnare a matita rossa sul calendario. Oltre all’evento in sé, Donald Trump e Xi Jinping avranno modo di incontrarsi per affrontare lo scottante tema della Trade War, che negli ultimi mesi ha portato a un’escalation pesantissima, coinvolgendo Huawei e altre aziende chiave per le economie di entrambi i Paesi. La Cina ha già lanciato un apparente segnale di pace agli Stati Uniti dichiarando di voler mantenere lo stesso tasso di cambio dello yuan; niente svalutazioni, dunque, che potrebbero danneggiare Washington. Inoltre la Banca Popolare Cinese venderà 20 miliardi di yuan di obbligazioni a un mese (pari a circa 2,9 miliardi di dollari) e 10 a sei mesi a un istituto bancario di Hong Kong per convincere ulteriormente gli americani delle loro buone intenzioni di riappacificarsi.

Il jolly di Trump

Sicuramente le mosse finanziarie di Pechino non basteranno per convincere Trump ad allentare il cappio dei dazi, perché il Presidente statunitense mira da un lato riequilibrare la bilancia commerciale tra i due Stati, dall’altro a colpire le aziende chiave della Cina per limitare l’ascesa del Dragone. Eppure la Cina può giocare la carta della svalutazione dello yuan per colpire Washington, la cui economia è strettamente connessa con quella cinese. Il problema, per Xi Jinping, è che adesso anche Trump ha un jolly nella sua mano: Hong Kong.

Sollevare la questione Hong Kong

Se Trump decidesse di sollevare la questione Hong Kong durante il faccia a faccia con Xi, la guerra dei dazi potrebbe addirittura inasprirsi. Già in passato gli Stati Uniti hanno utilizzato il tema della violazione dei diritti umani per usare il pugno duro contro la Cina. È il caso, ad esempio, dell’inserimento dell’azienda di videosorveglianza Hikvision nella entity list della Casa Bianca, una lista nera di cui fa parte anche Huawey che limita fortemente il business di certe società nel mercato statunitense. Hikvision è stata accusata di aver fornito al governo cinese l’apparecchiatura utilizzata dalle autorità dello Xinjiang per controllare la minoranza uigura, con rispettive violazioni dei più basilari diritti umani.

Xi Jinping si affida alla Corea del Nord

Alla luce di questo niente vieta a Trump di far notare a Xi Jinping le pretese autoritarie di Pechino nei confronti di Hong Kong. Qualora Trump dovesse far leva sulle proteste scoppiate nell’ex colonia inglese, un accordo sulla guerra dei dazi potrebbe ulteriormente allontanarsi. Per non restare senza carte in mano, Xi Jinping è volato da Kim Jong Un: magari il presidente cinese potrà a sua volta utilizzare la carta Kim e lo spauracchio nordcoreano per costringere Trump a lasciar perdere Hong Kong.