In Libano la Banca centrale ha annunciato la chiusura di cento conti bancari legati a Hezbollah, il movimento sciita libanese. La decisione è arrivata dopo l’applicazione delle sanzioni approvate nel dicembre scorso dal Congresso degli Stati Uniti, attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC), per bloccare i finanziamenti che arrivano dall’estero.Per approfondire: Nel quartier generale di HezbollahIl Partito di Dio ha immediatamente condannato l’annuncio, giurando che “i nuovi tentativi degli USA di eliminare la resistenza attraverso il settore bancario sono destinati al fallimento”. E ha anche condannato la scelta, spiegando che “il governo libanese e la Banca centrale sono direttamente responsabili per la salvaguardia della sovranità libanese”.Riad Salameh, governatore della Banca, in una recente intervista rilasciata all’emittente statunitense CNBC, rispondendo alle “accuse”, ha spiegato che “l’interesse del Paese resta la priorità”, ma che “le banche hanno l’obbligo di chiudere immediatamente i conti delle persone o delle istituzioni presenti nella lista dell’OFAC, senza altre formalità supplementari”.Ad oggi la Banca centrale del Libano – una delle poche istituzioni ancora stabili del Paese – preme affinché tutti gli istituti di credito rispettino la legge dettata dagli Stati Uniti. “Se non lo facciamo – ha dichiarato sempre Salameh – il nostro settore bancario rischia di essere isolato dal resto del mondo”.La questione tuttavia non è così semplice. In un interessante editoriale apparso sul Financial Times il 25 maggio scorso, viene posta l’attenzione sulle ripercussioni delle sanzioni imposte dagli USA contro Hezbollah. I provvedimenti, infatti, rischiano di acuire la tensione nel Paese che vede sempre più concreto il rischio di essere risucchiato nel vortice della guerra etnico-religiosa, attualmente in corso al confine con la Siria.Per approfondire: La vita eterna dei giovani mujahideenSecondo il quotidiano britannico le misure imposte dagli Stati Uniti non hanno lo scopo di minare la stabilità di un Paese a rischio, ma “le conseguenze non intenzionali potrebbero produrre un fallimento dello Stato al pari degli interventi in Iraq e in Libia”.Il Financial Times, infine, sostiene che colpire direttamente il movimento significherebbe tagliare fuori quelle banche libanesi che hanno affari con il Partito o con individui legati ad esso. Banche che rappresentano circa il 7 per cento dell’economia del Libano.A questo va aggiunto che Hezbollah, oltre ad essere un movimento di Resistenza armata attiva nel Paese e nel conflitto in atto in Siria, è completamente inserito nel governo e nel parlamento. Ma non solo. Il Partito di Dio, infatti, vanta una fitta rete di scuole, ospedali, orfanotrofi e una serie di fondazioni. Secondo le stime, queste organizzazioni sociali e assistenziali finanzierebbero circa 400 mila libanesi, il dieci per cento della popolazione. E questi fondi provengono anche dall’estero.

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