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A quasi un mese dall’esplosione del porto di Beirut la situazione del Libano non accenna a migliorare. A rendere ancora più complicato il quadro vi è inoltre l’aumento dei casi di coronavirus nel Paese dei cedri, che ha superato i 15mila infetti nonostante il rafforzamento delle misure di contenimento del Covid-19. Ma al momento il settore sanitario è quello che desta meno attenzione in Libano: si è da poco conclusa la riunione del Consiglio di sicurezza Onu per il rinnovo della missione Unifil, lunedì 31 agosto dovrebbe essere nominato il nuovo primo ministro, mentre il presidente francese Emmanuel Macron si prepara per una nuova visita nel Paese. Sullo sfondo restano i problemi economici e le crescenti tensioni sociali e settarie.

Le tensioni sociali

All’indomani dell’esplosione del porto di Beirut, i cittadini libanesi sono tornati a manifestare nelle strade del Paese chiedendo l’implementazione delle tanto attese riforme economiche, politiche e sociali nonché le dimissioni – in seguito ottenute – del Governo guidato dal premier Hassan Diab. Il primo ministro e il suo esecutivo, secondo i manifestanti, sono colpevoli di non aver saputo garantire la sicurezza del popolo libanese, avendo permesso che quasi 3 tonnellate di nitrato di ammonio continuassero ad essere depositate nel porto della capitale.

Ad oggi, i responsabili dell’incidente non sono ancora stati trovati ma in molti hanno fin da subito puntato il dito contro Hezbollah, la forza sciita che ha l’effettivo controllo del porto e che secondo alcuni analisti avrebbe volontariamente conservato il nitrato in quel preciso luogo. Al di là della veridicità delle accuse – che spetta a un tribunale verificare – le voci di un coinvolgimento del Partito di Dio hanno creato nuove fratture tra la popolazione, divisa lungo linee confessionali nette e con interessi spesso contrapposti. Non è quindi un caso che nell’ultima settimana si siano verificati due sparatorie di stampo settario, secondo quanto riportato dai media locali. Il primo incidente è avvenuto nel villaggio di Kaftoun, nel nord, causando la morte di tre uomini, mentre il secondo si è registrato pochi giorni dopo nella città di Khaldeh, a sud della capitale. In questo caso a morire sono stati un siriano e un ragazzo sunnita di 13 anni, ucciso in uno scontro tra una tribù sunnita e alcuni sostenitori di Hezbollah. Il Partito di Dio ha negato ogni coinvolgimento negli ultimi fatti di cronaca, ma quanto accaduto nelle due città evidenzia una tensione crescente tra le diverse anime del Paese.

Il quadro politico

Gli ultimi giorni di agosto e i primi di settembre sono fondamentali per il futuro del Libano. Sabato 29 agosto il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha votato all’unanimità per il rinnovo della missione Unifil, che si occupa di controllare il confine tra Libano e Israele (la cosiddetta Linea blu). La votazione si era trasformata in una battaglia tra Libano e Stati Uniti, che insieme al governo israeliano premevano per un drastico aumento del potere dei caschi blu o, in alternativa, per la loro totale rimozione. Alla fine, la missione è stata rinnovata grazie all’intervento della Francia, che ha proposto una riduzione limitata delle truppe (da 13mila a 10mila unità) e inserito la richiesta – diretta al Governo libanese – di non limitare le ispezioni dei caschi blu, tunnel compresi. Si tratta comunque di cambiamenti poco rilevanti: i soldati lungo la Linea blu sono già 10.500 e Beirut potrebbe continuare a limitare l’accesso ad alcune aree alle truppe Onu.

Superato lo scoglio dell’Unifil, l’attenzione si è spostata sugli appuntamenti di lunedì 31 agosto e martedì primo settembre. Nella prima data ci si aspetta la nomina del nuovo primo ministro, dopo le dimissioni di Hassan Diab. L’ex premier Saad Hariri ha già riferito di non voler assumere nuovamente la guida del Paese ed Hezbollah ha posto il veto sulla candidatura del giudice della Corte penale internazionale Nawaf Salam e di Mohammed Baasiri, segretario della Commissione incaricata di contrastare il riciclaggio di denaro sporco nel Paese. A poche ore dalla scadenza imposta dal presidente Michael quindi non sembrano esserci indizi chiari sull’identità del prossimo primo ministro: quello che si sa, come sempre, è che secondo gli accordi di Taif che regolano la vita politica libanese dovrebbe trattarsi di un sunnita.

La visita di Macron

Il giorno dopo la nomina del prossimo premier libanese è invece prevista la visita di Macron, la seconda dall’esplosione del porto ad oggi. Il presidente francese è stato il primo leader straniero a recarsi nel Paese a seguito dell’incidente e ha promesso di fornire tutto l’aiuto possibile al popolo libanese per superare la grave crisi politico-economica che sconvolge ormai da tempo il Libano. Il viaggio di Macron, che durerà due giorni, coincide tra l’altro con il centenario del Trattato di Sèvres, che trasformava l’odierno Libano e Siria in protettorato francese. Una ricorrenza importante, soprattutto alla luce delle critiche mosse proprio alla presenza della Francia in Libano, accusata di avere mire colonialiste e di voler sfruttare a proprio vantaggio la situazione sul terreno.

Macron ha smentito queste voci, affermando di voler aiutare il Paese ad andare avanti e che il suo obiettivo è garantite l’implementazione delle riforme richieste da quasi un anno dalla popolazione, come dimostra anche il contenuto del concept paper consegnato dall’ambasciatore francese al Governo libanese. Il documento, visionato in anteprima da Reuters, individua quattro macro settori di intervento: misure di contenimento del coronavirus; ricostruzione del porto; riforme politiche ed economiche; nuove elezioni parlamentari. A ciò si aggiunge la ripresa delle trattative con il Fondo Monetario internazionale e l’istituzione di un tribunale internazionale sull’incidente del 4 agosto. La Francia si impegna anche ad inviare dei consulenti per portare avanti le riforme richieste, necessarie per poter avere accesso ai fondi raccolti da Parigi per la ricostruzione del Libano. Tra queste figura anche la creazione di un nuovo “patto politico” su cui basare il governo del Paese e che, alla vigilia della visita di Macron, ha ricevuto il benestare dello stesso Hezbollah. Il Partito di Dio si è infatti detto “aperto a qualsiasi discussione costruttiva sull’argomento, ma a condizione che sia volontà di tutti i partiti libanesi”.

La prossima settimana sarà decisiva per il Paese dei cedri e per il futuro del suo popolo.

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