Hezbollah, anche dentro il Libano c’è chi vuole regolare i conti

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Tra i tanti ragionamenti che si sono fatti dopo la morte di Hassan Nasrallah, per trent’anni guida politica indiscussa di Hezbollah, pochi si sono concentrati su un aspetto che non riguarda tanto lo scontro tra il movimento sciita e Israele, oggi al centro dell’attenzione, ma il futuro del Libano. Come sappiamo, gli attacchi di Israele hanno di fatto azzerato la struttura dirigente di Hezbollah, che tra assassini mirati e bombardamenti ha perso tutti i suoi leader. È inoltre immaginabile che danni importanti siano stati inferti anche alle strutture operative del movimento, dai collegamenti tra i militanti (si veda l’operazione israeliana con i cercapersone e le radio esplosivi) agli arsenali dei miliziani.

Hezbollah resta un’organizzazione temibile (è da molti anni l’atro non statale più armato del mondo) ma lo choc è stato fortissimo, tale anche da minare quell’onda di “simpatia” che la sua volontà di combattere Israele aveva destato negli ultimi anni in Libano e di cui si è parlato nei giorni scorsi in queste pagine. Simpatia che può svanire rapidamente nel momento in cui Hezbollah si dimostra incapace di resistere agli attacchi dello Stato ebraico.

Ed è proprio qui che sta il punto. Al netto della sua vera o presunta funzione di baluardo anti-Israele, in Libano Hezbollah è percepito come un peso, nella migliore delle ipotesi come un male necessario. Come un prezzo da pagare all’esistenza di un vicino, Israele appunto, detestato non solo per le vicende legate al Libano (l’invasione del 1982, che tra l’altro fece nascere Hezbollah, e quella del 2006) ma anche per quella che riguardano i palestinesi.

Questa dicotomia (Hezbollah va bene se combatte Israele e va male per il Paese) era emersa con chiarezza nelle ultime elezioni politiche, quelle del maggio 2022, quando il movimento sciita aveva perso 3 seggi, scendendo a 13 (10,2% dei voti), superato da Amal (l’altro movimento sciita, ostile a Hezbollah, guidato dal presidente del Parlamento Nabih Berri) con 15, oltre che dalle Forze libanesi di Samir Geagea (19 seggi) e dal Movimento Patriottico Libero fondato dal presidente Michel Aoun (17 seggi). Contando anche il buon risultato dei candidati indipendenti (16 seggi), quasi tutti espressi dalle proteste anti-governative, il risultato complessivo vedeva un sostanziale arretramento dell’alleanza tra Hezbollah e Movimento Patriottico Libero e un’avanzata delle formazioni dell’opposizione.

Anche Hezbollah, nell’opera di penetrazione delle istituzioni guidata appunto da Nasrallah, aveva dovuto inchinarsi al complesso sistema libanese. Nel Paese operano 18 confessioni religiose ufficialmente riconosciute (ne ha parlato qui Mauro Indelicato) e le cariche ai vertici dello Stato vengono assegnate secondo criteri di rigida spartizione: il Presidente della Repubblica è un cristiano, quello del Parlamento un musulmano sciita, il primo ministro un musulmano sunnita e così via. Linee di fagli a che informano società libanese stessa, dove l’edilizia ha come protagonisti i musulmani sunniti, la gestione dell’aeroporto internazionale di Beirut gli sciiti, il commercio dei medicinali e la sanità i cristiani ortodossi e cattolici e così proseguendo.

Hezbollah, però, ha fatto saltare tutti gli equilibri dotandosi (con l’aiuto determinante dell’Iran) di una forza militare superiore persino a quello dello Stato libanese. Hezbollah da molto tempo opera come uno Stato nello Stato, in maniera quasi totalmente autonoma. E lo dimostra bene la dinamica dello scontro con Israele, da cui le impotenti forze armate libanesi si sono tenute a totale distanza (e non escluderemmo neppure qualche forma di collaborazione con Israele).

È possibile, quindi, che gli altri gruppi politici e religiosi cerchino ora di approfittare delle difficoltà di Hezbollah per regolare un po’ di conti, o almeno per rimettere in equilibrio la bilancia dei poteri e l’effettivo peso nella società. Il movimento sciita resta una forza temibile ma ha chiaramente perso la guerra con Israele. In un modo così rapido e clamoroso da far pensare che Israele abbia goduto di ampie collaborazioni sia interne al Libano (come dicevamo prima) sia esterne, da parte di un fronte di Paesi arabi sunniti (dalla Giordania all’Arabia Saudita, che da sempre coltiva in Libano interessi politici ed economici notevoli) che hanno tutto l’interesse a ridimensionare il ruolo dell’Iran, per cui Hezbollah di fatto agisce come agenzia esterna.

Nei prossimi mesi sarà quindi opportuno seguire con una certa attenzione l’evoluzione interna del Libano. Per vedere se Hezbollah riuscirà a riprendersi dai colpi subiti e a conservare le proprie posizioni (Andrea Muratore ha raccontato qui le prime mosse) o se sarà costretto almeno in parte a scegliere tra la pratica istituzionale e quella militare. Su questo si gioca una parte importante del futuro del Libano ma anche di quello del Medio Oriente.