La scelta della Germania quale luogo in cui aprire il fronte europeo della battaglia contro Hezbollah aveva un chiaro obiettivo strategico: dar vita ad un effetto a catena nel resto dell’Unione Europea (UE). Il dibattito è sicuramente iniziato in numerose stanze dei bottoni e, anche se ci vorrà del tempo per vedere i risultati sul piano continentale, alcuni indizi sembrano suggerire quale potrebbe essere il primo paese a conformarsi alla nuova linea politica inaugurata da Angela Merkel: la Francia.

Le pressioni sull’Eliseo

Francia e Germania hanno dato vita ad un partenariato strategico di alto livello con il quale portare avanti una politica comunitaria basata sul “divide et impera“, consacrato dal patto di Aquisgrana, che sta consentendogli di consolidare una posizione egemonica sul resto dei paesi UE. La forza dell’asse franco-tedesco proviene dalla capacità di saper mettere da parte gli egoismi nazionali in favore della cooperazione nel perseguimento di obiettivi suscettibili di generare frutti positivi per entrambi.

Partendo da questo presupposto, è difficile immaginare che Berlino abbia dato semaforo verde alla messa al bando di Hezbollah senza previa consultazione con Parigi, ed è naturale che l’asse Washington-Tel Aviv, adesso, abbia orientato l’attenzione e le pressioni sull’Eliseo.

Il 3 maggio, Richard Grenell, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino ed il vero regista della storica svolta diplomatica anti-Hezbollah, ha avuto una lunga conversazione telefonica con Emmanuel Bonne, il consulente per la politica estera del presidente francese, Emmanuel Macron. La telefonata è stata monotematica: i due hanno discusso esclusivamente della strategia da adottare nei confronti del partito di Dio, che Grenell vorrebbe bandito anche all’interno dei confini francesi, avendo come ambizione ultima un proclama di interdizione a livello UE.

La Francia, come gran parte dei paesi UE, ha dichiarato fuorilegge l’ala militare di Hezbollah ma riconosce e consente operazioni sul proprio suolo nazionale agli esponenti dell’ala politica. Grenell vorrebbe che tale distinzione cadesse e che l’organizzazione venisse considerata come terroristica nel suo insieme, proprio come fatto recentemente dalla Germania e più anticamente da Stati Uniti, Israele ed altri paesi.

L’ambasciatore statunitense a Berlino, che da febbraio è anche il Direttore dell’Intelligence Nazionale, sta lavorando duramente per la concretizzazione dei piani dell’amministrazione Trump per Hezbollah, portando avanti simultaneamente un’offensiva diplomatica anche in America Latina, e ha visitato Bruxelles “diverse volte, premendo per una messa al bando su scala europea”. 

Mentre la campagna si sposta dalla Berlino a Parigi, alcuni media francesi iniziano a chiedersi se “La Francia dovrebbe interdire completamente Hezbollah?“: un riflesso del fatto che il dibattito nel dietro le quinte è già iniziato.

Non solo la Francia

La decisione di Berlino avrà delle ricadute profonde nel resto della comunità europea e, in primo luogo, sui principali alleati e satelliti tedeschi. L’influente organizzazione non governativa Stop The Bomb, che ha sede a Berlino ma opera a livello Ue come un gruppo di pressione anti-iraniano, a partire dal 30 aprile ha aumentato notevolmente il proprio attivismo in Austria, chiedendo che il governo colga e si adegui al cambio di paradigma.

Nell’attesa della formalizzazione della svolta diplomatica, Vienna sta comunque lanciando alcuni importanti messaggi all’indirizzo di Washington e dello Stato ebraico da diversi mesi. A metà marzo, una risoluzione intitolata “Azione effettiva contro Hezbollah” è stata passata dal Parlamento, con l’approvazione di tutti i partiti. Nel documento si chiede al cancelliere Sebastian Kurz di dichiarare fuorilegge l’organizzazione libanese, accusata di condurre attività criminose e terroristiche sul territorio nazionale, e di tradurre la questione in sede europea. Ad iniziare il dibattito, poi evolutosi nella risoluzione, è stato Helmut Brandstätter, deputato del partito liberale Neos, che aveva dato avvio ai lavori a metà dicembre dell’anno scorso. Kurz non si è ancora espresso sulla risoluzione, ma da marzo ad aprile molte cose sono cambiate, ed è possibile che questo possa motivarlo a prendere una decisione in tempi brevi.

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