Quei 38 minuti che hanno tenuto le Hawaii e il mondo col fiato sospeso hanno suscitato una serie di domande sulla sicurezza e sull’efficienza del sistema di allerta. In ogni caso, inutile dirlo, non ci sono scuse. Il panico che ha vissuto la popolazione hawaiana e il rischio di scatenare reazioni incontrollate nel Paese ma anche nei nemici non può essere considerato il frutto di un errore umano. E non è accettabile soprattutto se a farne le spese è il sistema di sicurezza degli Stati Uniti d’America nel suo ultimo Stato del Pacifico. Nel rimpallo di responsabilità e nella caccia, per ore, a chi “ha premuto il pulsante sbagliato” (sic!), si aggiunge adesso un altro esempio della totale mancanza di efficienza nella sicurezza dell’Agenzia per la gestione delle emergenze. Il sito internet della testataHawaii News Now ha infatti rivelato un retroscena su una foto pubblicata da Associated Press il 21 luglio e che fa rabbrividire se si pensa alle potenziali conseguenze. Ebbene nella foto si vede lo schermo del computer con un post-it attaccato su cui è scritta la password per accedere a un’applicazione del computer stesso.
Richard Rapoza, portavoce dell’agenzia di gestione delle emergenze, intervistato dal quotidiano dell’arcipelago, ha confermato che la password fosse autentica ed ha anche detto che quella password è stata effettivamente utilizzata per una “applicazione interna”. “Non era per alcun software importante”, ha detto. Ma sono scuse che, evidentemente, non possono essere accettate. Se quella foto l’hanno notata gli utenti di internet più curiosi e attenti, inutile dire le implicazioni in termini di spionaggio. Un hacker può tranquillamente utilizzare quella password per inserirsi all’interno del sistema, anche senza voler entrare specificamente in quella password.
Di questi tempi sembra veramente assurdo pensare che il sistema di allerta degli Stati Uniti d’America, in un momento di tensione crescente su una potenziale crisi missilistica, sia lasciato in questo stato di precarietà. Eppure, nonostante appaia impossibile, ci troviamo di fronte a due casi d’imprudenza e di negligenza che hanno poco da far rimanere sereni. Password in bella mostra, errori che causano il panico nella popolazione, messaggi sulle esercitazioni praticamente identici a quelli dell’allerta reale, con il rischio di creare ancora più caos nella reazione dei cittadini. Insomma, non sono bei momenti quelli che sta passando il comando della gestione delle emergenze di Diamond Head. Il tutto poi con la solita reazione caotica e complottistica della rete, che ha pensato bene di far diventare virali post e messaggi riguardo al fatto che gli Stati Uniti fossero stati realmente sotto tiro di un missile balistico, ma che il governo ha volutamente detto che fosse tutto un errore.
Il governo americano è corso immediatamente ai ripari dopo l’incidente di sabato scorso stabilendo nuove regole per evitare che si ripetano errori come questo. Per le autorità statunitensi, si è trattato di un errore “assolutamente inaccettabile”, ed hanno confermato il fatto che le Hawaii non abbaino “garanzie ragionevoli o processi di controllo” per evitare falsi segnali. In questo periodo l’Ema (Emergency Management Agency) ha in cantiere la creazione di nuove regole che prevedono l’obbligo della presenza di due impiegati per attivare il sistema di allerta, in modo che non ci sia solo colui che diffonde l’allarme ma anche un collega che lo possa confermare. Inoltre, è stato introdotto un sistema immediato per notificare falsi allarmi in caso di errore. Ma quello che spaventa è l’approssimazione delle Hawaii, uno dei presunti obiettivi dei missili di Kim Jong-un, nel proprio sistema di emergenza. Non solo errori, ma anche negligenze, che possono costare carissimo. Che scoppi una guerra è uno scenario che nessuno desidera, né a Washington né a Pyongyang. Ma che questa possa scatenarsi per l’errore o l’imprudenza di un ufficio tecnico di un arcipelago di fondamentale importanza nello scacchiere del Pacifico, deve far riflettere.
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