Harvard è la prima università degli Uniti a rifiutare le richieste dell’amministrazione Trump, che nel frattempo ha annunciato il blocco di 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni e di 60 milioni di dollari in contratti pluriennali. La Casa Bianca aveva chiesto ad Harvard di adeguarsi, entro agosto 2025, a una serie di nuove politiche su inclusione e antisemitismo, ma l’istituzione dell’Ivy League situata a Cambridge, nel Massachusetts, ha respinto le richieste dell’amministrazione repubblicana. La Casa Bianca ha preso di mira una serie di programmi accusati di “alimentare antisemitismo e pregiudizi ideologici”, prendendo di mira scuole e centri specifici come la Divinity School, la Medical School e la Harvard Law School International Human Rights Clinic.
Inoltre, il governo chiedeva lo smantellamento immediato di tutti i programmi di “diversità, equità e inclusione (DEI)”, che secondo i conservatori sono responsabili di promuovere politiche discriminatorie. L’amministrazione Usa chiedeva inoltre di identificare e sanzionare i membri della facoltà accusati di discriminazione contro studenti ebrei o israeliani dopo il 7 ottobre.
Harvard respinge le richieste di Trump: è scontro
Il presidente di Harvard, Alan M. Garber, ha respinto con fermezza le richieste, definendole un “abuso incostituzionale che viola i diritti del Primo Emendamento dell’università” e supera l’autorità federale ai sensi del Titolo VI. In una lettera alla comunità di Harvard, Garber ha sottolineato la partnership di 75 anni con il governo federale, che ha portato a “innovazioni rivoluzionarie in medicina, ingegneria e scienze, a beneficio di milioni di persone in tutto il mondo”. Ha avvertito che le azioni del governo minacciano “non solo la libertà accademica, ma anche la sicurezza economica nazionale” e i “progressi nella salute pubblica, come i trattamenti per l’Alzheimer e le scoperte in AI e scienze quantistiche”.

Garber ha ribadito l’impegno di Harvard “nella lotta contro l’antisemitismo”, evidenziando le misure adottate negli ultimi 15 mesi e i piani per ulteriori azioni, tra cui “promuovere un dialogo aperto”, aumentare la “diversità di punti di vista e garantire processi disciplinari equi”. Harvard, ha concluso Garber, continuerà a perseguire la verità senza paura, fedele al suo motto “Veritas”.
L’accusa di Greenwald
In un thread su X, il giornalista pluripremiato giornalista Glenn Greenwald accusa l’amministrazione Trump di ipocrisia e censura per aver imposto alle università l’adozione della definizione IHRA di “antisemitismo”, che limita fortemente le critiche verso Israele (l’lInternational Holocaust Remembrance Alliance è un’organizzazione intergovernativa che equipara le critiche rivolte allo stato ebraico all’antisemitismo). Greenwald denuncia il paradosso della destra pro-Israele, che dopo anni di difesa della libertà di parola contro i codici di hate speech, ora promuove restrizioni radicali per proteggere un solo Paese straniero (Israele).
“Il tanfo dell’ipocrisia della destra pro-Israele su questo è tanto soffocante quanto nauseante” accusa il giornalista su X. “Un intero decennio a strillare sulla libertà di parola nei campus e sui mali delle regole contro l’hate speech e della censura, solo per ora distruggere la libertà accademica per proteggere un solo Paese straniero” afferma il giornalista.
L’analisi di Greenwald mette in luce le contraddizioni del dibattito americano su censura e libertà di espressione nei campus. Per anni, i conservatori hanno denunciato – spesso a ragione – le limitazioni al free speech imposte dal progressismo woke e dalla cancel culture, opponendosi alla demonizzazione di autori classici e alla soppressione del dissenso. Eppure, oggi, molti di quegli stessi critici della censura finiscono per giustificare la repressione di proteste legittime contro Israele, applicando lo stesso dogmatismo che un tempo condannavano. Se in nome della “lotta all’antisemitismo” si mette a tacere ogni critica a un governo straniero, anche quando fondata su fatti e principi universali, allora l’impegno per la libertà di parola si rivela pura ipocrisia. La vera difesa del free speech non può essere selettiva: o vale per tutte le voci, anche scomode, o non vale affatto.

