Propaganda. Dice l’Enciclopedia Treccani: “Azione che tende a influire sull’opinione pubblica, orientando verso determinati comportamenti collettivi, e l’insieme dei mezzi con cui viene svolta“: ergo, una campagna elettorale è interamente un’operazione di propaganda. Spesso anche spicciola e folkloristica. Se poi si tratta delle elezioni Usa, ancora di più.

Di simboli acchiappa consensi sia Donald Trump sia Kamala Harris ne hanno utilizzati a iosa. Stesso obiettivo, tattiche differenti. La prima caratteristica che è balzata subito agli occhi degli osservatori è il tipo di strategia emotiva che i due candidati hanno utilizzato nel corso della campagna elettorale: se Trump parla-come spesso si ricorda- “alla pancia” del Paese, il tycoon ha sempre giocato sulle paure dell’elettorato, facendo particolarmente leva su temi come immigrazione e sicurezza; dall’altra parte Harris ha tentato di insistere sulla retorica del sogno americano, ma la rincorsa su certi temi in calcio d’angolo l’ha fatta spesso sembrare posticcia. Due i simboli potenti utilizzati da entrambi i palchi: il primo è un assente, in realtà, ed è stato Corey Comperatore, il vigile del fuoco morto nel rally di Butler in cui Trump ha subito l’attentato del 13 luglio. La sua uniforme, infatti, ha campeggiato sul palco della convention repubblicana la scorsa estate. Dall’altra parte, c’è un ex presidente, Barack Obama, che su quella retorica del sogno ha costruito due potenti campagne elettorali. Non è un caso che sia stato utilizzato come uomo “immagine” prima da Joe Biden (per evitare un disastro alle midterm) e poi dalla stessa Harris, che lo ha voluto con sé in più occasioni.
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Passando al web, le strategie dei due candidati sembrano agli antipodi. I social media sono stati strumenti chiave per Trump. Li ha usati per bypassare i media tradizionali, comunicando direttamente con il pubblico. I suoi post sono quasi sempre provocatori e controversi, studiati per attirare attenzione e alimentare il ciclo mediatico. La frequenza e l’impatto dei suoi contenuti hanno creato una narrativa costante che ha polarizzato il dibattito pubblico. Poi venne Truth, social “personale” da due milioni di sottoscrittori dal quale poter dire tutto-o quasi tutto. Anche Harris ha utilizzato tantissimo questi strumenti, ma con uno stile più istituzionale, da “vicepresidente”. Questo non ha risparmiato una sequela di video in cui puntualmente la candidata dem riceveva telefonate da chicchessia per sorprendersi del messaggio ricevuto. O le comparsate in programmi molto popolari come il Late show nel quale si è “lasciata andare” a una lattina di birra. Le sequenze hanno fatto il giro della rete.

Ma è forse il giocare a “guardie e ladri” ad essere il meglio riuscito. Almeno sui rispettivi elettorati. Se Trump ha giocato al perseguitato dalla legge, accusando il sistema di volerlo fare fuori a suon di sentenze, Harris ha tirato fuori dalla naftalina la toga da giudice, bacchettando il tycoon come in un’aula di tribunale, elencandogli ogni volta le sue malefatte. Uno stile che ha aperto la strada ancora di più-se ancora ce ne fosse bisogno-ad una campagna sul filo dell’insulto personale, delle caricature, come in un perenne talk show di quart’ordine.

Quanto al proprio entourage, i due sono stati molto attenti al messaggio da veicolari e ai personaggi a cui farlo fare. I due vice parlano da sé: il “giovane”-ex detrattore per Trump, il pacioso ex-professore per Harris. Per poi scegliersi degli alter ergo di chiara fama da dare in pasto alle folle. Trump ha scommesso senza sé ne ma su Elon Musk: un altro robber baron come lui, non esattamente un trumpiano della prima ora, ma soprattutto il simbolo dell’America che si fa Prometeo nella scienza e nella tecnica. Canta, balla, elargisce denari: Musk promette di essere un braccio destro che rimetterà le cose a posto.
Ma il candidato del Gop non ha dimenticato di inserire nel menù anche un po’ di sano nazionalpopolare: e cosa c’è meglio del wrestling? Scegliendo non un wrestler qualunque, bensì Hulk Hogan che, baffo platino d’ordinanza, ha strappato una lunga serie di t-shirt per mostrare il suo amore per Trump. E le folle sono andate in visibilio. Dall’altra parte della barricata si è deciso di usare i VIP cum grano salis. Da un lato, due ex presidenti dem del calibro di Clinton e Obama (anche gli unici in vita, oltra al centenario Jimmy Carter…) ingaggiati per essere le cheerleader di una campagna incerta e accidentata. E poi una vagonata di artisti rock e pop che, chi in autonomia, chi chiamato sul palco per direttissima hanno animato i rally dem: Jennifer Lopez e Bruce Springsteen solo per citarne due.

Ma in tempi bui, anche la guerra entra nel tritacarne della propaganda, sia che si tratti di Ucraina che di Medio Oriente. Ma è quest’ultimo a entrare a gamba tesa nella campagna elettorale più che mai. Trump si è messo a corteggiare gli elettori arabo-americani divisi nel Michigan, che dovrà vincere assolutamente: “Quello che vogliamo è la pace“, ha detto Trump a un gruppo di leader imprenditoriali arabo-americani all’interno del ristorante di Dearborn, nel Michigan, pochi giorni fa. Sui cartelloni pubblicitari che costeggiano le autostrade del Michigan e durante le visite, la campagna di Trump sostiene che lui è un “sostenitore della pace” in Medio Oriente, mentre dipinge Harris come filo-israeliana. Harris, invece, sul tema è stata cerchiobottista sin dall’inizio.
La sua misteriosa assenza in occasione del discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso non ha di certo segnato una svolta nell’amministrazione Usa che resta-nel tempo e nello spazio-stretta alleata di Israele. Sul palco della convention di Milwaukee, però, ha voluto i genitori di Hersh Goldberg-Polin, israelo-americano ostaggio a Gaza, poi ucciso da Hamas. In quell’occasione i rappresentanti del movimento pro-Pal erano stati tenuti lontano dal palco, rabboniti da una generica dichiarazione di intenti di Harris che aveva citato il diritto alla sicurezza di Israele oltre che quello palestinese a una patria.
Che queste elezioni si sarebbero decise sulla propaganda era chiaro da tempo. I due si sono perfino tirati dietro una delle due catene americane di fast food più nota, la prima, pavoneggiandosi del suo impiego da cameriera ai tempi dell’università, l’altro andando a servire patatine fritte con tanto di parannanza. Ancora poche ore e tutto sarà inesorabilmente già storia.

