Sembra esser tornata la calma in Libano dopo le dimissioni del 4 novembre scorso di Saad Hariri. Sembra, perché in questa fetta di terra le cose capitano all’improvviso e da una piccola fiamma può scoppiare un incendio. È successo il 13 aprile del 1975 quando il presidente delle Falangi, Pierre Gemayel, viene colpito in un attentato. Poche ore dopo, 27 miliziani legati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina prendono in ostaggio un autobus e, dopo un violento scontro a fuoco, vengono uccisi da un gruppo di cristiani di ‘Ayn al Remmeneh. È la scintilla: inizia la guerra civile che durerà fino al 1990.

È  successo il 12 luglio del 2006, quando Hezbollah rapisce due soldati israeliani (che poi verranno uccisi) e Tel Aviv bombarda il Paese dei Cedri per trentatré giorni. Da tempo lo Stato ebraico pensa a una guerra per arginare l’avanzata del movimento sciita, ma questa è la scintilla, l’ennesima, che provoca l’ennesimo conflitto in Libano.  In quel conflitto, come scrive Fadi S. Rahi in Il Libano politico, il Partito di Dio “riporta una grande vittoria storica che gli consente una posizione locale e regionale nella vita politica, specialmente nelle elezioni del 2009”. Quello stesso Partito di Dio che ora, grazie anche a quel conflitto, è al centro del dibattito della vita politica in Libano. Di più:  è anche il centro della politica di Beirut.  Hezbollah infatti conta quattro ministri nel governo presieduto da Hariri. E proprio il primo ministro libanese ieri ha detto che non tollererà più che i miliziani del Partito di Dio “minaccino i nostri fratelli arabi o colpiscano la sicurezza o la stabilità dei loro Paesi”. Il riferimento è ovviamente alla Siria, dove Hezbollah ha avuto un ruolo determinante nella lotta contro i ribelli e lo Stato islamico. 

Il ruolo dell’Arabia Saudita ieri e oggi

Qualche giorno fa Hariri ha fatto riferimento a un rinnovato impegno rispetto agli accordi di Taif , siglati in Arabia Saudita, che, di fatto, sancirono la fine della guerra civile. Quegli stessi accordi che fecero infuriare il generale Aoun, ora presidente, che li giudicò incostituzionali: “I deputati non sono legittimati a stipulare trattati con Paesi stranieri. Ciò è compito del governo”.  Di fatto, l’accordo di Taif scontentò tutti, come spiega Robert Fisk in Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra: i parlamentari “avrebbero potuto liberarsi del ‘patto’ e del sistema di condivisione del potere che i francesi avevano introdotto quarantacinque anni prima. Invece ritoccarono appena i principi del sistema, aumentando i poteri del primo ministro musulmano e diminuendo quelli del presidente cristiano-maronita, ma lasciando intatto il confessionalismo. I maroniti avrebbero continuato a detenere il ruolo più influente nella comunità degli affari. I musulmani sciiti a essere sottorappresentati in parlamento. Nessun musulmano avrebbe potuto diventare presidente. Nessun cristiano primo ministro”. 

Hariri continua a ripetere che tutto ciò che sta facendo è per il bene del Libano. Ma il premier non sembra libero. Anzi: sembra proprio che Riad lo tenga in qualche modo sotto ricatto. Non a caso, le parole di Hariri sugli accordi di Taif richiamano quanto detto qualche giorno prima dal ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir.

E a questo punto Hariri si trova davanti a un bivio. O cederà alle pressioni dell’Arabia Saudita oppure rimarrà al governo. In gioco c’è davvero il bene del Paese. Ma il prezzo da pagare è alto. I sauditi spingono per arginare Hezbollah e sono disposti a tutto. Anche a una guerra. 

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