Saad Hariri, l’ormai ex premier libanese, si trova ancora in Arabia Saudita. E i motivi possono essere essenzialmente due: teme realmente di subire un attentato (suo padre Rafiq fu ucciso con un’autobomba a Beirut il 14 febbraio del 2005) oppure si trova in “ostaggio” della autorità di Riad (e questa è l’ipotesi di un alto rappresentante del governo di Beirut citato da Reuters: “Tenere Hariri in condizioni di libertà ristretta a Riad è un attacco alla sovranità libanese. La sua dignità è la nostra dignità. Lavoreremo con gli Stati stranieri per farlo tornare a Beirut”).

Hariri ostaggio? È un’ipotesi difficile da pensare, ma che non dobbiamo scartare a prescindere. L’ex premier sunnita è sempre stato vicino, come ovvio, alle posizioni di Riad. Dal 2009 al 2011 Hariri guida un esecutivo di unità nazionale, caduto in seguito alla crisi politica scoppiata tra  l’Alleanza del 14 marzo e quella capeggiata da Hezbollah.

A partire da questo momento, Hariri vive in esilio tra Parigi e Riad. Quando torna in Libano si blinda. Teme di fare la fine di suo padre, Rafiq, e continua a nutrire posizioni fortemente contrarie a Damasco e agli Hezbollah. Negli ultimi tempi, però, Hariri diventa più pragmatico. Il 30 ottobre scorso, firma assieme a Michel Aoun un decreto per nominare Saad Zakhia nuovo ambasciatore a Damasco. Una scelta difesa con forza da Hariri: “La presenza dell’ambasciata libanese in Siria conferma la nostra indipendenza”. Ma non solo: pochi giorni prima di dimettersi, il premier libanese ha incontrato Ali Akbar Velayati, consigliere di politica estera di Alì Khamenei, la Guida suprema dell’Iran. Uscito dall’incontro, Hariri ha confermato di voler proseguire assieme all’Iran “la lotta al terrorismo”. Pochi giorni dopo, però, il premier dimissionario (da Riad) accusava l’Iran di voler destabilizzare la regione. Come mai questo cambio di posizione così repentino? Per Beirut il discorso pronunciato da Hariri sarebbe stato scritto da qualcuno molto vicino a casa Saud. Ma perché stressare così i rapporti tra gli Stati mediorientali?

Daniel Shapiro, ex ambasciatore americano in Israele, ha provato a rispondere a questa domanda con un interessante editoriale apparso su Haaretz. Shapiro ritiene che l’Arabia Saudita stia spingendo Israele a una guerra contro Hezbollah e, di conseguenza, contro l’Iran. Come scrive l’ex ambasciatore, è dal 2006 che Tel Aviv si sta preparando a un conflitto con il Partito di Dio, tuttavia, rileva Shapiro, lo Stato ebraico non deve farsi manovrare da un’Arabia saudita impaziente, evitando di finire in uno scontro prematuro. Come avevamo anticipato in un altro articolo, le dimissioni di Hariri andrebbero lette in questo disegno più ampio. Nel suo editoriale Shapiro scrive che è “plausibile che i sauditi stiano cercando di creare il contesto per contrastare l’Iran in Libano con mezzi differenti”. Una guerra tra Israele e Hezbollah sarebbe quindi possibile in questo piano. E pare andare in questa direzione il messaggio rivolto di Riad rivolto ai sauditi presenti in Libano: abbandonate il Paese (lo riporta la versione inglese di Al Arabiya).

Secondo Shapiro,  l’idea alla base dell’uscita di scena imposta dai sauditi ad Hariri potrebbe essere quella di spingere il Partito di Dio ad accellerare i tempi per un confronto con lo Stato ebraico “come mezzo per unificare il sostegno libanese al loro dominio”. Ma è davvero quello che vuole il leader del Partito di Dio Hassan Nasrallah? Per il momento il capo di Hezbollah sta mantenendo una posizione prudenziale, chiedendo calma e pazienza per “evitare di cadere nella trappola imbastita dai nemici del popolo libanese”.

Come ricorda Shapiro, “i leader israeliani si stanno preparando alla prossima guerra con Hezbollah dal 2006. La crescente presenza dell’Iran nella regione rende chiaro che sarà un conflitto per diminuire la minaccia iraniana ai confini israeliani”. Proprio due mesi fa, Israele ha iniziato le più grandi esercitazioni militari degli ultimi 20 anni per simulare una guerra contro Hezbollah

27.08.06 çùéôú áåð÷øéí ùì äçéæáà ììä äñîåëéí ìîåöá àå

Contro Teheran, Riad e Gerusalemme sono pienamente allineati. Ma deve essere Israele, prosegue Shapiro, a “decidere quando è arrivato il momento di combattere. Uun’aggressione iraniana o di Hezbollah potrebbe essere la scintilla, ma i leader israeliani vogliono fare attenzione a non ritrovarsi in un confronto prematuro a causa delle manovre dei loro alleati che siedono a Riad”. Uno scenario, quello proposto da Shapiro, che sembra delinearsi nel futuro di quella nazione martoriata, per usare un’espressione di Robert Fisk, che è il Libano.

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