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Il premier libanese Saad Hariri, in un’intervista concessa a Paris Match, alza ancora il tiro e accusa nuovamente il Partito di Dio di interferire con la vita politica degli altri Stati arabi: “Voglio che il mondo capisca che il Libano non può più sopportare le interferenze di un partito come Hezbollah negli affari dei Paesi del Golfo, dove vivono 300mila libanesi. Sono molto importanti per la nostra economia, non dobbiamo pagare per le manovre di Hezbollah”.

Il Partito di Dio è sicuramente attivo in Siria, ma ci sono dubbi sul suo coinvolgimento attivo in Yemen e Bahrain. Fonti di Hezbollah, però, ci assicurano di esser presenti solamente al fianco di Bashar al Assad e in Iraq per combattere contro Daesh. Ed è proprio il coinvolgimento di Hezbollah nelle guerre mediorientali ad aver provocato, almeno sulla carta, le dimissioni di Hariri. Un’opinione ribadita anche a Paris Match: “Troppo sangue è stato versato nella regione. Temo che le interferenze di Hezbollah all’estero finiscano per costare troppo care al Libano”.

Il punto è che, come abbiamo scritto altrove, il Partito di Dio ha un seguito molto vasto in tutto il Libano, non è più solamente un movimento sciita dato che sta riscuotendo sempre più successo anche tra i cristiani e c’è il rischio di un nuovo conflitto fratricida, che comunque tutti sembrano voler evitare, come afferma lo stesso Hariri al quotidiano francese: “Nessuno qui vuole rivivere una guerra civile. Nell’interesse del Libano, per la stabilità del Paese, si sia scelto il dialogo”.

Ma su una cosa Hariri è cambiato. Prima delle sue misteriose dimissioni, infatti, il primo ministro libanese aveva incontrato Ali Akbar Velayati, il consigliere di politica estera di Alì Khamenei, la Guida suprema dell’Iran. In quell’occasione Hariri aveva confermato di voler proseguire assieme a Teheran “la lotta contro il terrorismo“. Una posizione in controtendenza rispetto anche alle posizioni dei sostenitori sunniti del premier che ora stanno vivendo giorni concitati, come ha raccontato Giordano Stabile in un reportage per La Stampa. Proprio questo cambio di passo, non per forza ostile a Teheran, potrebbe aver determinato l’atto di forza di Riad, ovvero il “sequestro” del primo ministro libanese e le sue dimissioni. Hariri sembra essere ormai annichilito sulle posizioni saudite. Di Mohammed bin Salman dice: “È un moderato che vuole una politica di apertura per il suo Paese”. E si spinge anche oltre quando afferma che l’opposizione del principe ereditario alla politica iraniana “deriva dalle ingerenze di cui soffre l’Arabia Saudita, in Iraq, Yemen e Bahrain”.

Hariri continua inoltre ad infiammare i toni dei suoi discorsi: “Ci si sbaglia – spiega il premier libanese a Paris Match – se si crede che la vittoria contro Daesh abbia risolto il problema. Il problema, in Siria, è Assad. È iniziato tutto nel 2011 e all’epoca Daesh non esisteva”. Hariri si dimentica però di come è iniziato il conflitto siriano. Le rivolte, che certamente almeno nei primi giorni erano pacifiche, sono scoppiate in guerra civile proprio perché gli Stati sunniti, Arabia Saudita in testa, hanno cominciato a far avere armi e munizioni ai rivoltosi. Se proprio bisogna trovare un capro espiatorio per la crisi che il Libano (e il Medio Oriente) stanno vivendo oggi non si deve guardare tanto a Damasco, ma a Riad.

“Il dialogo è la nostra salvezza”

Il presidente libanese Michel Aoun sta cercando di mantenere un profilo il più possibile basso in modo tale da poter tenere in piedi il governo: “Dobbiamo riconoscere che il dialogo è la nostra strada di salvezza dal terrorismo che non ha confini”. Ma non solo. Aoun ha anche sottolineato che “il terrorismo che ci colpisce oggi è più pericoloso perché più diffuso, ha armi più potenti, minaccia tutto il mondo e non sappiamo come, quando e dove potrà colpire”. Per questo, ha proseguito, è necessario trovare “una soluzione radicale, la più importante perché il terrorismo non si ripeta”. E per sradicare il pericolo del terrorismo ci sono due vie: “Far fronte alle cause che sono dietro il terrorismo, ovvero l’ideologia” e, “se serve, può essere utile un intervento bellico”.