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Theresa May vuole accelerare: sono settimane ferventi per l'”Hard Brexit”. Mercoledì 8 Febbraio si è chiusa la partita presso la Camera dei Comuni: è passata la legge di notifica del ritiro dall’Unione europea (European Union Notification of Withdrawal Bill), l’atto di prerogativa per dare vita ad un vero negoziato di divorzio dall’Unione Europea.La rottura sarà totale ed il fatto che siano stati bocciati tutti gli emendamenti più pericolosi per la strategia della May ha rafforzato notevolmente la sua posizione. Tra questi quello che puntava a porre per iscritto le basi giuridiche per le future tutele dei cittadini dell’Unione Europea che risiedono in Gran Bretagna.L'”Hard Brexit“, insomma, sta assumendo prepotentemente le sue forme. Dal punto di vista legislativo l’iter non è terminato: ora tocca all’House of Lords pronunciarsi nel merito. Il sostegno per l’Hard Brexit dentro la Camera dei non eletti sarà minore, ma nel caso questa dovesse apportare modifiche significative, tutto ripasserebbe nelle mani della Camera dei Comuni dove i numeri hanno già parlato ed appaiono chiaramente in favore della May.”Theresa Maybe” (ovvero “Theresa forse”), così come l’aveva ribattezzata una delle ultime copertine di The Economist, insomma, ha sciolto ogni dubbio e vira dritto verso una rottura più decisa che mai col mercato unico e con le direttive sovranazionaliste dell’Ue.Se l’impressione iniziale, d’altro canto, lasciava pensare che la May fosse impegnata nella ricerca di una “Clean Brexit”, cioè di una terza via tra quella “soft” e quella “hard”, una modalità mediana che evitasse qualunque ipotesi di scontro, oggi, invece, si sta assistendo ad una sterzata decisa verso la riproposizione della Gran Bretagna quale grande stato globale, indipendente, principalmente autarchico e tendenzialmente nazionalista.L’Unione europea, dunque, sta provando ad alzare la voce per far sì che il negoziato diventi più elaborato e delicato possibile, Il precedente, infatti, è pericoloso ed avallare qualunque richiesta arrivi dalla May contribuirebbe a dare un’immagine di un ente in sgretolamento, debole e non in grado di opporsi a futuri tentativi di uscita da parte di altri Paesi membri.Il centro della questione, in realtà, è abbastanza chiaro: nel caso in cui l’Europa vietasse a Londra il libero accesso al mercato unico dell’Ue, il Regno Unito passerebbe al contrattacco, creando condizioni estremamente favorevoli per gli investimenti esteri. Il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, ha recentemente rilanciato questa ipotesi in un’intervista al tedesco Welt, poco prima dello storico discorso della May sulla scelta “Hard” tra le due presenti sul campo.Il modello di riferimento nelle menti delle istituzioni del Regno Unito sarebbe quello della Svizzera. Dall’eventuale accordo commerciale con Bruxelles, dunque, passa anche il futuro del regime fiscale della Gran Bretagna che potrebbe essere presto sconvolto per assestare un durissimo colpo ai membri dell’Ue.La “Global Britain”, insomma, finirebbe per divenire un grosso competitor, più che un partner, per l’Europa. Nel frattempo si sta consumando una rottura nel Labour Party: questo rafforza ancora di più la leadership e le intenzioni della May. Sono 52, infatti, i deputati che alla Camera dei Comuni hanno votato favorevolmente all’inizio delle negoziazioni con l’Ue, in piena difformità con la linea dettata da Jeremy Corbyn che aveva sostanzialmente invitato i suoi a votare contro il Governo. Cominciano ad esserci le condizioni, in definitiva, per far sì che il nazionalismo inglese torni prepotentemente sulla scena geopolitica.Se l’Ue non dovesse concedere un libero accesso al mercato unico al Regno Unito ci si ritroverebbe catapultati nel 1946, quando il motto inglese era ” Standing Alone” (Restare da soli) e la corsia preferenziale per il commercio internazionale era l’Altantic Way, la via che da Londra porta dritto negli Stati Uniti, oggi più che mai intenzionati a ripetere quello scenario.

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