Sin da quando sono stati avviati i negoziati per il raggiungimento di nuovi accordi commerciali per la Brexit, il premier britannico Boris Johnson è stato additato dall’opinione pubblica mondiale come il principale colpevole della stagnazione delle trattative. In modo particolare, per via di un’eccessiva solidità sulle proprie posizioni e sulla non volontà di subordinare i nuovi contratti commerciali alle volontà di Bruxelles. E sotto certi aspetti, tutto questo potrebbe anche essere corretto, ma è doveroso sottolineare come sia soltanto una piccola parte della verità che si cela dietro al rallentamento delle trattative commerciali tra Londra e l’Unione europea.
Come sottolineato infatti in una lunga intervista concessa al quotidiano tedesco Der Spiegel dall’economista Gabriel Felbermayr, anche l’Unione europea sin dal 2016 si sarebbe arroccata sulle proprie posizioni, smettendo categoricamente di ascoltare le tante richieste portate avanti dal Regno Unito. E in questo scenario, la spaccatura che si sarebbe creata sarebbe divenuta incolmabile, portando alla stagnazione dei giorni nostri in cui, benché in autunno inoltrato, ancora non ci sono certezze per gli accordi che garantiranno i reciproci rapporti tra Londra e Bruxelles.
L’Europa si è posta male nei confronti della Gran Bretagna
Con la decisione del popolo britannico di abbandonare l’Unione europea, qualcosa tra il Regno Unito e l’Unione europea si è definitivamente spezzato: un rapporto collaborativo che, al netto di alti bassi, è stato portato avanti per lunghissimi anni. E soprattutto, ha inasprito l’odio verso le reciproche legislazioni, al punto da aver messo in contrapposizione le due forze in molteplici occasioni.
Sempre come ricordato da Felbermayr, una di queste si sarebbe riferita alla migrazione lavorativa nel Regno Unito, rimasta sostanzialmente invariata sino all’inizio del 2020. Benché infatti altri Paesi – come la Germania con i Paesi dell’Est – abbiano negli anni potuto usufruire di legislazioni agevolate volte a limitare l’immigrazione, sin sotto al governo David Cameron ciò alla Gran Bretagna è stato ripetutamente impedito. E col senno del poi, inutile soffermarsi su come, in buona parte, fosse dovuto ad un sentimento di “rivincita” delle politiche migratorie interne nei confronti di Londra.
Bruxelles vuole creare problemi sociali nel Regno Unito?
Una delle situazioni più delicate e ancora calde all’interno del Regno Unito rimane tutt’ora la questione Irlandese, che con la decisione del popolo britannico di abbandonare l’Europa si è improvvisamente riaccesa. In modo particolare e in virtù dell’unico confine terrestre presente proprio sull’isola d’Irlanda, preoccupa la possibilità di dover giungere nuovamente alla soluzione dell’Hard Border, ossia del confine doganale tra Ulster britannica ed Eire; soluzione che, purtroppo per Londra, potrebbe peggiorare le tensioni interne della regione.
Giocando dunque sulle criticità britanniche lungo quei caldissimi 499 chilometri di confine tra la Repubblica d’Irlanda e la regione di Belfast, Bruxelles spera di avere la possibilità di tirare la corda portando il Regno Unito all’accettazione di una serie di accordi commerciali più favorevoli all’Unione europea. E con questa chiave di lettura, probabilmente, devono essere interpretate le ripetute chiusure dell’Europa nei confronti di Londra.
Tuttavia, con la Brexit il popolo britannico ha anche ritrovato un innato sentimento patriotico, che ha legato maggiormente la popolazione e che potrebbe essere la carta più importante di Johnson. Perché con i cittadini dalla propria parte, nessuna delle manovre di Bruxelles potrà raggiungere l’obiettivo di piegare il Regno Unito. E se ciò avverrà secondo i piani di Westminster, forse sarà la più grande vittoria dell’esecutivo conservatore britannico.