Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Benoit Hamon ha vinto il secondo turno delle primarie socialiste. Un grosso problema, questo, in termini di strategie elettorali future per il Partito socialista, visto che buona parte dell’apparato legato a Manuel Valls pare essere intenzionato a fare armi e bagagli per traghettare i propri consensi sulla candidatura di Emmanuel Macron, il massimalista leader di ” En Marche!”che ha bypassato le primarie decidendo di scendere in campo autonomamente. François Hollande stesso, del resto, avrebbe scelto l’ex ministro dell’Istruzione quale suo candidato di riferimento. Se questo non bastasse, poi, c’è l’ingombrante presenza di Jean Luche Mélenchon, altro esponente della sinistra purista, ecologista, di stampo neogiacobino, dato dai sondaggi al 10%: potenzialmente una bella fetta di voti tolti ai socialisti. Macron, dal canto suo, sfrutta il momento di confusione e continua nella sua ascesa nei sondaggi, tentando di sfruttare la tesi per cui rappresenterebbe l’unica proposta solidamente sganciata dalle beghe di partito. Mélenchon, infatti, potrebbe presto accordarsi con Hamon o almeno quest’ultimo farà di tutto affinché accada. Un tentativo di semplificazione disperato senza il quale il campo progressista si presenterebbe in modo troppo frastagliato per sperare di passare il primo turno delle presidenziali. Se la confusione interna al quadro della sinistra francese è massima, però, un altro grande elemento di preoccupazione è dato dalla bassa partecipazione a questa competizione primaria. Se al primo turno, infatti, si era verificato un clamoroso calo nel numero degli elettori recatisi alle urne, in quest’ultima tornata, sarebbero andati ai seggi tra gli 1,7 e i due milioni di votanti, 1 milione e 600mila persone in più rispetto al primo turno, ma complessivamente un milione in meno rispetto all’equivalente primaria tenutasi nel 2012. Un segnale che desta molta preoccupazione nell’establishment del Ps francese, specialmente in virtù del fatto che coloro che hanno deciso di votare, hanno scelto una candidatura fondata sul reddito universale e sulla riduzione delle ore lavorative (32 e non più 35), in totale discontinuità, quindi, con quanto promosso dall’azione politica dal duo Hollande-Valls nell’ultimo mandato. Il partito, in fin dei conti, esiste solo come viatico mediatico: a trionfare sono le posizioni che si pongono al di fuori della linea adottata tradizionalmente. E se Macron starebbe esultando per i risultati della scorsa notte, con l’impianto organizzativo della campagna elettorale di Valls pronto a cambiare bandiera, Benoit Hamon è chiamato ad un vero e proprio miracolo per far sì che il Ps resti tra le prime tre forze politiche francesi. Se le attuali proiezioni elettorali venissero confermate, infatti, Hamon arriverebbe quarto, dietro alla Le Pen (25%), a Fillon (22%) ed a Macron (21%), restando ovviamente fuori dal ballottaggio, ma registrando, soprattutto, una storica sconfitta del Ps, persino più grave della debacle di Jospin nel 2002. Il Ps francese, in definitiva, vive una fase drammatica, tra le più angoscianti dalla sua fondazione, vedendo schizzare ai suoi lati candidati estranei alla classe dirigente neoliberista che ha imperato ultimamente. Il ceto medio, vero arbitro delle elezioni del 21 aprile, sta a guardare, ma se il prevalere di candidati che pongono l’accento sul tema del lavoro potrebbe far pensare ad una rinascita della sinistra antimondialista, la bassa quantità del corpo elettorale delle primarie e l’ormai consolidato primo posto del Front National come primo partito di Francia, lasciano intendere che l’arbitro guardi sì, ma guardi da tutt’altra parte rispetto alle beghe del socialismo francese. L’unica speranza rimasta è che le notizie sulla moglie di Fillon emerse in questi giorni, continuino a destrutturare l’espressione dell’Ump per l’Eliseo. In quel caso, se parte del centrodestra vedrà in Macron un interlocutore credibile, potrebbe avvenire il miracolo per la sinistra francese, ma in ogni caso fuori dal Ps.

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