Probabilmente piloti, meccanici e addetti ai lavori Kigali non la vedranno nemmeno. Il circuito che nel 2030 ospiterà il primo Gran Premio di Formula Uno in territorio africano dopo oltre 30 anni di assenza, verrà costruito nella località di Bugesera. Si tratta di un’area a 40 km dalla capitale ruandese, lì dove entro il 2028 dovrebbe essere inaugurato il nuovo grande aeroporto internazionale. La scelta del governo e delle autorità locali quindi, è quella di concentrare tutto in un’unica zona: si atterra, ci si sposta di pochi chilometri verso il nuovo autodromo, si gareggia e poi si va via. Giusto il tempo, per il resto del mondo, di eleggere quei pochi chilometri quadrati di territorio ruandese come emblema dello sviluppo del Paese e come forte incentivo a investire nel cuore dell’Africa. Un’operazione cosiddetta di “sportwashing” in piena regola che, in un’era in cui mondiali di calcio e grandi eventi già da tempo hanno preso la via di petromonarchie e nazioni dal portafoglio profondo, non fa nemmeno quasi scandalo. Il vero dibattito però in questo caso è dato dal fatto che il futuro Gran Premio non tira in ballo solo il Ruanda ma, al contrario, proprio l’intero continente africano. Da qui la domanda che alberga in molti tra analisti e osservatori: la gara può essere considerata soltanto una vetrina per Kagame, presidente e padre padrone del Ruanda, oppure è un’opportunità per l’Africa?
Le parole di Lewis Hamilton
Ad alimentare la discussione ci ha pensato giovedì, durante la conferenza stampa organizzata alla vigilia del Gran Premio degli Stati Uniti, il pluricampione Lewis Hamilton. Sette titoli iridati, figura mediatica tra le più conosciute del circus e da un anno pilota della Ferrari, le sue parole non sono passate inosservate. Per il pilota, un Gran Premio in Africa è una grande notizia: “Sarò costretto a correre fino al 2030, anche se avrà 45 anni”, ha dichiarato. Sostenendo quindi la volontà di voler gareggiare almeno una volta nella sua vita sul continente africano. Di per sé, le affermazioni non sorprendono: Lewis Hamilton è stato il primo pilota di colore nella storia della Formula Uno e nel corso della sua carriera, oramai quasi ventennale, si è sempre mostrato sensibile davanti a certi temi di natura etica.
Nel 2020 ad esempio, nel pieno delle proteste del movimento Black Lives Matter successive alla morte a Minneapolis di George Floyd, è riuscito a convincere la Mercedes, scuderia per la quale all’epoca correva, a riverniciare di nero la livrea delle proprie monoposto. Prendendo peraltro più volte in quei giorni una pubblica posizione favorevole alle manifestazioni in corso. Ben si capisce dunque perché la semplice prospettiva di correre in Africa per Hamilton vada oltre il mero ambito sportivo: “Il mondo potrà conoscere meglio l’Africa – ha dichiarato nella recente conferenza stampa – e capire i suoi problemi”. Poi l’affondo contro l’era coloniale: “Ancora oggi molti dei guai per l’Africa rappresentano l’eredità del colonialismo occidentale – si legge nelle sue frasi – molti non lo sanno perché a scuola non viene insegnato, in primis in Gran Bretagna”. Infine, secondo Hamilton la gara in Ruanda rappresenta un momento importante per il continente: “Possono essere accesi i riflettori sulle guerre presenti qui e in medio oriente”, ha concluso prima di lanciare un appello a favore del cessate il fuoco in Sudan, in Congo, in Siria e a Gaza.
Le perplessità sulla scelta del Ruanda
Kigali era in pole position, è il caso di dire, da tempo per riportare in Africa il mondiale di Formula Uno. Nel 2024 la capitale ruandese ha ospitato il Gran Galà dell’automobilismo, la manifestazione in cui la Fia consegna i premi ai piloti e ai costruttori campioni del mondo al termine della stagione. Forse è stata in quell’occasione che è concretamente nato il progetto di una gara in Ruanda, a dispetto delle previsioni che davano favorito fino ad allora il Sudafrica come Paese ospitate di un Gran Premio. L’attivismo di Kagame nel soft power sportivo, dimostrato anche dalle sponsorizzazioni attive in occidente del marchio “Visit Rwanda”, aveva già portato a Kigali il mondiale di ciclismo del 2025. Questo però non ha cancellato le perplessità sulla scelta compiuta dal circus della Formula Uno. Lewis Hamilton, nel corso della conferenza stampa sopra citata, ha voluto ricordare tra le guerre africane attive quella in corso nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di uno di quei conflitti che il Ruanda di Kagame è accusato di alimentare.
Anche se i rapporti non sono mai stati confermati ufficialmente, è noto da tempo che il governo di Kigali finanzia e arma i ribelli dell’M23 i quali nel 2025 hanno conquistato buona parte del territorio del North Kivu. Dall’appoggio offerto al gruppo congolese Kagame spera di ottenere prestigio politico e, soprattutto, risorse e minerali di cui la regione in questione abbonda. Questo è forse il passaggio più controverso non solo del discorso di Hamilton, quanto dell’intera discussione circa l’opportunità di portare il mondiale in Ruanda. Se è vero che i riflettori saranno accesi sull’Africa, è altrettanto vero che il mondo rischia di vedere soltanto il nuovo avveniristico aeroporto di Kigali e la vicina nuova pista di Formula Uno. Dimenticandosi ulteriormente delle guerre finanziate da Kagame, della sua repressione interna e dei tanti problemi che le autorità del Paese africano sperano di nascondere agli occhi delle telecamere che affolleranno il paddock nel 2030.
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