Hamburger e pizza? In Asia mai se sono “filo Israele”

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Le azioni militari di Israele nella Striscia di Gaza e contro il popolo palestinese hanno generato un piccolo terremoto economico all’interno di due Paesi asiatici a maggioranza musulmana: Malesia e Indonesia. Qui, tra Kuala Lumpur e Jakarta, sempre più consumatori stanno scegliendo di boicottare multinazionali occidentali in qualche modo legate, o percepite vicine, alla causa di Tel Aviv. Nell’occhio del ciclone sono così finite note catene di fast food come KFC, McDonald’s, Burger King, Pizza Hut, Starbucks e Unilever. Di conseguenza, hanno iniziato a crescere marchi indonesiani e malesi, da Almaz Fried Chicken a ZUS Coffee, ben felici di attirare la clientela delusa dai colossi Made in West.

Protesta davanti a un McDonald’s di Kuala Lumpur, Malesia

Prendiamo, per esempio, Almaz Fried Chicken: nel giro di una manciata di mesi, dal primo negozio inaugurato lo scorso giugno, questa nuovissima azienda indonesiana ha aperto 37 punti vendita in patria – rosicchiando non irrilevanti quote di mercato alle rivali straniere – e ambisce ad espandersi ancora. I suoi clienti? Gli ex frequentatori di KFC e di altre catene occidentali. “Sentono che acquistando i prodotti Almaz non solo ottengono cibo di qualità, ma contribuiscono anche a una nobile causa”, ha affermato l’amministratore delegato del gruppo, Okta Wirawan, spiegando che la sua azienda si è impegnata a donare il 5% dei profitti in beneficenza per aiutare i palestinesi.

Boicottaggio e nuovi brand

Perché tutto questo sta succedendo in Malesia e Indonesia? Semplice: parliamo di due Paesi asiatici a maggioranza musulmana, dove le azioni di Israele in Medio Oriente – tra Striscia di Gaza e Libano – sono duramente condannate dall’opinione pubblica locale. La stessa opinione pubblica che, ormai da mesi, sta continuando a boicottare brand occidentali legati – o anche soltanto percepiti vicini – a Israele.

Un centro Starbucks a Jakarta, Indonesia

Questa tendenza, come detto, ha così favorito la crescita di nuove “aziende autoctone”. In Malesia, per esempio, molti consumatori hanno sostituito Starbucks con ZUS Coffee e Gigi Coffee. Anche le caffetterie indipendenti hanno visto incrementare le loro vendite tra giovani e giovanissimi, in certi casi anche del 10-20%. In Indonesia, il più grande Paese musulmano del mondo, si è invece fatta strada Fore Coffee, che ha ottenuto un certificato halal per accelerare la sua espansione.

In questi Paesi, tra l’altro, esistono gruppi Whatsapp in cui i membri pubblicano regolarmente elenchi aggiornati di prodotti da evitare. C’è chi ha smesso di bere l’acqua in bottiglia Aqua in seguito alle segnalazioni secondo cui il produttore francese Danone avrebbe investito in diverse aziende e startup israeliane, e chi ha mollato McDonald’s, nell’ottobre 2024, dopo la notizia secondo cui la catena statunitense aveva donato migliaia di pasti gratuiti all’esercito israeliano.

La posizione di Malesia e Indonesia

Pochi, in Occidente, ci hanno fatto caso. Ma Malesia e Indonesia – che non hanno alcun legame diplomatico con Tel Aviv – sono probabilmente i Paesi che più hanno attaccato Israele per la crisi in Medio Oriente e che più si sono spesi per sostenere il popolo palestinese.

Non solo: il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha criticato i doppi standard dei governi occidentali in materia di diritti umani quando si tratta della Palestina. “I diritti umani non sono per i musulmani. Questa è la realtà. È molto triste”, ha dichiarato di recente. Dal canto suo, il primo ministro malese Anwar Ibrahim ha intensificato le critiche contro gli Stati Uniti per il loro sostegno a Israele, ha respinto le pressioni per etichettare Hamas come gruppo terroristico e ha vietato alle navi israeliane di entrare nei porti malesi.

Gli effetti sui brand occidentali sono potenzialmente letali. Sarimelati Kencana, l’operatore di Pizza Hut Indonesia, ha registrato una perdita netta di 96,7 miliardi di rupie (6 milioni di dollari) nei primi nove mesi del 2024, più del doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quelle di Fast Food Indonesia, l’operatore di KFC Indonesia, sono invece quasi quadruplicate a 557 miliardi di rupie, costringendo la società a chiudere quasi 50 punti vendita e a licenziare circa 2.000 lavoratori.

Per Unilever Indonesia, che già negli ultimi anni aveva visto diminuire i ricavi a causa della maggiore concorrenza, i profitti sono scesi del 28%. Berjaya Food (BFood), l’operatore di Starbucks Malaysia, ha registrato una perdita netta di 91,5 milioni di ringgit (20,5 milioni di dollari) per i 12 mesi fino a giugno, rispetto a un utile netto di 103,4 milioni di ringgit dell’anno precedente. E la lista potrebbe continuare ancora…