Argentina, Austria, Brasile, Bulgaria, Canada, Colombia, Danimarca, Francia, Germania, Polonia, Portogallo, Romania, Serbia, Spagna, Thailandia, Regno Unito e Ungheria. L’ultima novità nella crisi di Gaza sta in questi diciotto nomi, quelli dei Paesi che hanno firmato un appello a Hamas per la liberazione degli ostaggi sopravvissuti e ancora prigionieri nella Striscia di Gaza. “La sorte degli ostaggi e della popolazione civile di Gaza, che è protetta dal diritto internazionale, è oggetto di preoccupazione a livello internazionale”, si legge nel testo dell’appello. “Sottolineiamo che l’accordo sul tavolo per il rilascio degli ostaggi porterebbe a un cessate il fuoco immediato e prolungato a Gaza, che faciliterebbe l’invio di ulteriore assistenza umanitaria necessaria in tutta Gaza e porterebbe alla fine credibile delle ostilità. I palestinesi sarebbero in grado di tornare alle loro case e alle loro terre con i preparativi necessari per garantire un riparo e le provviste umanitarie”. Si tratta di una novità per modo di dire. Preso atto dell’assenza dell’Italia (pare che il nostro Governo pensi che, facendo finta di niente, la crisi di Gaza prima o poi passerà) e della sfacciataggine di certe affermazioni (tipo “i palestinesi sarebbero in grado di tornare alle loro case e alle loro terre”, con il 60% delle case della Striscia abbattute e le terre occupate da Israele), resta la considerazione che appellarsi alla ragionevolezza dei terroristi di Hamas che hanno ammazzato 1.700 civili israeliani sperando nella distruzione di Israele o, come fanno gli Stati Uniti, appellarsi a quella di Netanyahu fornendogli intanto le armi (26 miliardi nell’ultimo pacchetto) per continuare ad ammazzare decine di migliaia di civili palestinesi, è un esercizio di ingenuità o di ipocrisia al massimo livello.
Intanto però è lecito chiedersi che cos’abbia in testa Hamas e come pensi di gestire, dal suo lato, questa allucinante situazione. Le notizie dal campo di battaglia sono frammentarie e rese poco credibili dalle opposte propagande e censure. I portavoce di Israele dicono che circa 9 mila guerriglieri di Hamas sono stati uccisi e altrettanti feriti, su una forza combattente stimata, prima di questa guerra, in 30 mila uomini. Di certo è stata drammaticamente ridotta la capacità di Hamas di attaccare le città israeliane con missili e razzi. Hamas non conferma e non smentisce. Nulla si sa, viceversa, delle reali perdite israeliane. I portavoce dell’esercito le contano in centinaia (meno di 400), le voci alternative che arrivano dall’interno di Israele (non filo-Hamas) parlano di dieci volte di più. Per fare un paragone: il sito Info.Pal già in febbraio stimava in 2 mila il numero dei soldati israeliani uccisi o feriti a Nord nelle operazioni contro l’Hezbollah libanese, il che farebbe immaginare che a Gaza le stime dovrebbero essere ben superiori. Ma siamo sempre nel campo delle ipotesi. Quel che è certo è che anche nel Nord della Striscia, occupato dalle forze armate israeliane, Hamas è ancora in grado di condurre operazioni di guerriglia, il che porterebbe a pensare che una qualche struttura di comando e combattimento sia ancora in piedi.
Per questo Netanyahu insiste per attaccare la città di Rafah, ai confini con l’Egitto (dove, secondo fonti palestinesi, sarebbero già entrati circa 100 mila abitanti della Striscia), indifferente alla quantità di vita umani civili che potrebbe sacrificare. Hamas, per parte sua, appelli o non appelli, è intenzionato a resistere, cercando di far leva sugli ostaggi e sulle residue capacità militari che, ripetiamolo, in questo momento nessuno è in grado di valutare con precisione. Indifferente anche lui alla sorte dei gazawi. Come ha detto Yohanan Tzoreff, ex ufficiale dell’esercito di Israele e ora docente dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv: “L’idea di Hamas ormai è solo quella di impedire la vittoria di Israele. Non gli importa se perdono 20 mila, 30 mila o 100 mila dei loro. La cosa più importante, ora, è conservare una presenza nel territorio, non essere cancellati”. Hamas conta sul fatto che andare fino in fondo obbligherebbe Netanyahu prima ad altri massacri di civili, e a un’operazione militare dall’esito incerto e lunga molti mesi, e poi a inventarsi un modo per controllare la Striscia, con i costi e rischi conseguenti. Mentre intanto la leadership politica di Hamas resta intatta nei rifugi all’estero, come ha dimostrato il recente incontro tra Ismail Haniyeh, capo del Governo della Striscia, e il presidente turco Erdogan.
Proprio dal punto di vista politico, intanto, Hamas cerca di rendersi più presentabile agli occhi del mondo offrendo una tregua di cinque anni con Israele e il disarmo immediato delle milizie nel caso si procedesse alla soluzione “due popoli due Stati”, che però dovrebbe prevedere “uno Stato palestinese pienamente sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e il ritorno dei rifugiati palestinesi in conformità con le risoluzioni internazionali”, nei confini di Israele precedenti la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quindi con la restituzione di tutti i territori occupati, lo smantellamento degli insediamenti illegali e l’abbandono di Gerusalemme Est.
Israele ovviamente non accetterà mai. Ma soprattutto non accetterebbe l’altra parte del fronte palestinese, quello rappresentato da Abu Mazen e Al Fatah che governa la Cisgiordania. Perché la proposta di Hamas contempla anche una sorta di Governo palestinese di unità nazionale in Cisgiordania e nella Striscia. E Abu Mazen sa che cosa dicono i sondaggi: grazie a Netanyahu, Hamas è ora più popolare che mai e si mangerebbe Al Fatah in un boccone.